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di maurizio paolillo

 

Con un nome così era destinato all’anonimato, a confondersi tra la folla. Eppure, malgrado quel nome, non fu mai uno qualunque.

Malgrado la statura non eccelsa seppe sempre svettare al di sopra della massa: una vita ad anticipare, a rubare il tempo, a cogliere sempre l’attimo. È stato a lungo l’italiano più famoso al mondo, l’eponimo dell’italianità, il figlio che tutte le mamme avrebbero desiderato, l’amico di ognuno di noi, una persona comune capace di fare cose che tutti avremmo desiderato fare senza esserne capaci.

Ha vissuto tutta la vita sulle montagne russe: ascesa folgorante e caduta rovinosa, rinascita inaspettata e declino rapido e inesorabile.

Nato a Prato nel 1956, la Juve lo prende a 16 anni dalla squadra parrocchiale, senza capire veramente né credere in quel ragazzo mingherlino e un po’ emaciato la cui crescita era stata frenata da 3 gravi infortuni e 3 operazioni ai menischi.

A 20 anni passa al Lanerossi Vicenza dove trova il suo primo padre-maestro, l’allenatore G.B. Fabbri, il quale, intuendo che rapidità e intelligenza possono compensare la mancanza di un fisico da corazziere, lo imposta centravanti, segnando per primo il destino di quel ragazzino fragile dall’occhio vispo.

Col Vicenza vince il campionato di Serie B e il titolo di capocannoniere (il primo) con 21 reti. L’anno successivo l’esplosione: guida il Vicenza nel più bel campionato della sua storia, concluso con un insperato 2° posto e ancora un titolo di capocannoniere, questa volta in Serie A, con 24 reti in 30 partite.

Quell’exploit sollecita l’attenzione del suo secondo padre-maestro: Enzo Bearzot, che resterà per sempre il riferimento della sua vita di uomo e di professionista. Bearzot lo porta al Mundial di Argentina ’78, dove Paolo diventa Pablito. L’Argentina si laureerà campione e l’Italia finirà quarta, ma il vero personaggio sarà proprio lui: da quel momento, in ogni angolo del mondo, chiunque parlasse la lingua di Dante veniva accolto dalle parole: Italiano! Paolorossi!

Nell’80 si presenta un’altra grande occasione: l’Italia ospita i Campionati Europei. Ma nel cielo sereno della sua vita si scaglia un fulmine capace di stroncare una quercia secolare. Il 23 marzo 1980 scatta una clamorosa operazione della Magistratura (la prima ma, purtroppo, non l’ultima…). L’inchiesta balzata agli onori della cronaca come Scandalo del Totonero porta alla luce un giro di scommesse clandestine su partite truccate. Sono coinvolti innumerevoli calciatori di Serie A e B e, tra essi, un esterrefatto Paolo Rossi. Anni dopo si appurerà che era del tutto estraneo alle combine, ma il verdetto sarà inesorabile e durissimo: 2 anni di squalifica. Un incubo che getta il nostro nella depressione più profonda.

Una mano gli viene tesa proprio da chi, in passato, non lo aveva capito, la Juventus, che nell’estate del 1981 lo ingaggia malgrado la squalifica.

Paolino rientra in campo nel maggio dell’82 e gioca solo le ultime 3 partite del campionato. Ciononostante Bearzot gli dà fiducia e lo porta al Mundial di Spagna ’82. Malgrado la condizione approssimativa e l’autostima sotto i tacchi, continua a credere nel suo figliuol prodigo e lo schiera ostinatamente in campo. Il CT si attirerà addosso gli strali velenosi della critica ma terrà duro, con la pertinacia di chi, più che sugli schemi tattici, fida sull’empatia, sull’emotività. Paolo è un fantasma per tre partite, nella quarta dà qualche segno di esistenza in vita e, nella quinta, inopinatamente risorge. E lo fa contro una delle squadre più incredibili della storia del calcio, un Brasile che schiera insieme tre superbi fuoriclasse quali Socrates, Zico e Falcao, altri giocatori di valore come Cerezo o Eder e due terzini, Junior e Leandro, che avrebbero giocato, come in effetti fecero, da centrocampisti in qualsiasi altra squadra.

Un piccolo Davide che, con la sua fionda, abbatte il Gigante Golia, sconfigge da solo l’Invincibile Armada brasiliana. Pablito ritorna inaspettato, fa gol al 5° minuto e, da allora, non si ferma più. Segnerà 3 reti al Grande Brasile, 2 alla Polonia in semifinale e una all’inossidabile Germania in finale. L’Italia è Campione del Mondo e Pablito è il suo profeta: capocannoniere del Mundial, volto simbolo della squadra e, pochi mesi dopo, anche Pallone d’Oro, miglior giocatore d’Europa, uno dei 5 della storia del calcio italiano.

Dopo quel mondiale, Pablito giocherà ancora 3 anni ad alto livello, vincendo tutto con la Juve. Poi il declino repentino: 2 anni di tribolazioni per il riacutizzarsi degli antichi problemi alle ginocchia e, quindi, l’abbandono a soli 31 anni.

Ma le immagini del Mundial spagnolo sono vivide davanti agli occhi di chi le ha vissute, direttamente o indirettamente. Di quella vicenda tutti sanno tutto, è un film rivisto mille volte. Può valere la pena, però, tentare di inquadrare la vicenda nel contesto, provare a spiegare perché è uno dei momenti cruciali nella storia personale di ogni italiano nato tra i ’50 e i ’60, perché ognuno di noi, al solo vedere il volto pallido di Paolorossi, viene preso da un sentimento misto di gioia e commozione.

In quel 1982 l’Italia veniva dai uno dei periodi più bui dalla fine della Guerra e stava appena intravedendo la luce alla fine del tunnel. Erano gli anni di piombo, quelli del terrorismo, delle Brigate Rosse, della lotta armata, delle stragi di Stato, degli scontri di piazza. La cappa plumbea che aveva oppresso le nostre anime per oltre un decennio non si era ancora dissolta. A tutto ciò, per noi campani, si aggiungevano le conseguenze del disastroso terremoto dell’80 che aveva squarciato le nostre esistenze e messo a nudo una volta di più le nostre debolezze.

Il Mundial ’82 rappresentò plasticamente le aspirazioni di una generazione, una specie di allegoria della speranza: una prima fase grigia, dominata dalla paura; il risveglio con il ritorno a riveder le stelle; la fase finale splendente d’oro e di gemme; la felicità dell’epilogo.

L’immagine di quella parentesi luminosa in un periodo cupo è il volto di Paolorossi.

Perciò, quando ci ha lasciato Pablito, se n’è andato un amico, uno di quelli che ti riportano agli anni felici della meglio gioventù.

Perciò con Paolino se n’è andato via un po’ di ognuno di noi.

 

di maurizio paolillo                                                                                                                                            30 novembre 2020

 

Diego è stato e resta uno di noi. È stato sempre in mezzo alla gente, non ha mai fatto pesare il suo essere un personaggio, la sua enorme popolarità; ha incontrato tutti e parlato con tutti.

3 novembre 1985, la punizione contro la Juve: il gol irreale
3 novembre 1985, la punizione contro la Juve: il gol irreale

È uno di noi e infatti ognuno ha una sua storia personale, un aneddoto, il ricordo di un incontro, diretto o indiretto.

Certo per noi, napoletani in senso lato, è stata una fortuna che Diego sia venuto a Napoli, che abbia vissuto in mezzo a noi e seminato il suo genio a piene mani. Ma è stato una fortuna per tutti gli amanti del calcio, per chiunque riesca a godere della bellezza, della poesia. Tutto il mondo ha beneficiato del fatto che Diego abbia giocato a Napoli. Perché solo a Napoli si sarebbe potuta realizzare a pieno la simbiosi perfetta tra l’uomo, la città e la sua gente, esaltando e sublimando i reciproci eccessi, le contraddizioni, le luci e le ombre. Nessun altro luogo avrebbe potuto alimentare e stimolare così pienamente la sua creatività, l’inesauribile inventiva, l’estro e, a un tempo, la concretezza, la determinazione, la voglia di affermare se stesso, la squadra, la città, il Sud Italia come tutti i Sud; il desiderio di rivincita di chi veniva dal Sud del Sud del Mondo.

La MaGiCa, Maradona-Giordano-Careca, un trio d’attacco stellare
La MaGiCa, Maradona-Giordano-Careca, un trio d’attacco stellare

Ognuno di noi, si diceva, ha un suo ricordo personale. Il mio è paradossale: è il ricordo un’assenza, di una mancanza.

Correva il campionato 1986/87, quello del primo, indimenticabile scudetto. Quell’anno era praticamente impossibile trovare un biglietto per lo stadio. Erano stati sottoscritti circa 65.000 abbonamenti. Al netto della quota riservata alla squadra ospite, i pochi tagliandi residui erano assolutamente irraggiungibili.

Era domenica 8 febbraio ’87. Allora si giocava sempre la domenica alle 14,30, la Serie A era a 16 squadre, c’era ancor la schedina e alla radio “Tutto il calcio minuto per minuto”.

Ciro Muro
Ciro Muro

3a giornata di ritorno: il Napoli era lanciato nella galoppata trionfale che lo avrebbe portato al titolo. Al San Paolo c’era l’Avellino, che invece giocava per un altro scudetto, la permanenza in Serie A, e anche quell’anno ce l’avrebbe fatta.

Un mio caro amico, abbonato al settore Distinti, quella volta aveva un impedimento insormontabile. Si sarebbe perso la partita e mi cedette, solo per quella domenica, l’abbonamento.

In quel campionato Maradona fu in campo 29 volte su 30. Mancò una sola volta, per un lieve infortunio. Indovinate quale fu quella partita? Manco a dirlo, Napoli-Avellino!

Entro al San Paolo intorno alle 11,00. Funzionava così allora: calcolando il tempo per raggiungere lo stadio, entrare, trovare un posto, ambientarsi e vivere l’atmosfera del prepartita, dovevi investire l’intera domenica.

Sugli spalti circolava una sola idea, un’unica preoccupazione: Diego non gioca! Come sarà il Napoli senza il suo leader?

Le squadre scendono in campo e la “pesantissima” maglia n. 10 è sulle spalle di Ciro Muro, un ragazzo napoletano che, dopo essersi fatto le ossa in provincia, era tornato a casa per rinforzare l’organico degli azzurri.

La partita inizia con un Avellino battagliero, arroccato a difesa di un prezioso 0-0 e un Napoli balbettante e incerto, che annaspa nelle incertezze di giocatori, ridiventati improvvisamente normali perché orfani del loro nume tutelare.

Sugli spalti il mugugno regna sovrano, le critiche si sprecano e i vari Bagni, Carnevale, De Napoli, ieri esaltati come campioni, oggi ridiventano inesorabilmente schiappe.

Ma gli strali del pubblico si concentrano impietosamente sul povero Ciro Muro. In particolare, un anonimo tifoso teneva banco: «Ma ‘stu povero guaglione c’ha dda fa?» «Quanto po’ valè? ‘O 30 pe’ cciento ‘e Maradona? Al massimo…»[1]

Ripensandoci sembra più che normale che un ragazzo poco più che ventenne si sia sentito gravato dal peso di 100.000 paia di occhi puntati su di lui e ne abbia patito la responsabilità.

Riprende il gioco e si vede subito che il Napoli e Ciro avevano avuto bisogno di 45 minuti per superare l’imbarazzo, ma poi i grumi si erano sciolti e il sangue aveva ricominciato a scorrere fluido nelle arterie della squadra.

Passano solo 8 minuti del secondo tempo e Salvatore Bagni segna finalmente l’1-0. Come per magia, gli umori del pubblico cominciano a cambiare. Il nostro amico non può esimersi dal manifestare la sua nuova stima delle qualità di Ciro: «Guagliù stateme a sente, chillo vale per lo meno ‘o 50 pe’ cciento ‘e Maradona!»[2]

La proverbiale capigliatura di Maradona: ‘a parrucca!
La proverbiale capigliatura di Maradona: ‘a parrucca!

Ancora un quarto d’ora e Andrea Carnevale porta il Napoli sul 2-0. Non passa neanche un attimo e sempre lui: «M’ata crere, se vere subito, chillo è per lo meno ‘o 70 pe’ cciento ‘e Maradona!»[3]

Col tempo il Napoli dilaga: a 10 minuti dalla fine Ciro Muro entra in area, salta due avversari e serve a Carnevale un pallone che deve essere solo spinto in rete: 3-0. Poteva mai mancare la sentenza definitiva del nostro amico? «’O verite a chiullu llà? Ce manca sulo ‘a parrucca, po’ è Maradona! Tale e quale!»[4]

Diego era anche questo: il metro di paragone universale per misurare gli uomini, le cose, il mondo.

Questo è il mio ricordo: il ricordo di un’assenza, dell’unica volta in cui ha mancato di essere in campo, ma è stato protagonista malgrado non ci fosse.

È anche un altro modo per misurare quanto Diego appartenesse alla sua gente, quanto ne avesse compenetrato l’anima, quanto fosse presente anche quando non c’era.

Per questo è ancora presente e sempre lo sarà. Perché appartiene al cuore della gente!

 

[1] «Ma questo povero ragazzo che può fare?» «Quanto può valere? Il 30% di Maradona? Al massimo…»

[2] «Ragazzi statemi a sentire, quello vale per lo meno il 50% di Maradona!»

[3] «Mi dovete credere, quello è almeno il 70% di Maradona!»

[4] «Lo vedete quello lì? Gli manca solo la parrucca, poi è Maradona! Tale e quale!»

 

Caro/a socio/a, tifoso/a, amico/a,
l’Associazione Sogno Cavese è attiva dal 2010 sul nostro territorio e, come probabilmente saprai, ha avuto un lungo percorso di maturazione che, compiutosi nel 2013, vede nel gioco del calcio innanzitutto un veicolo di inclusione sociale e di partecipazione attiva sul territorio.
Gli obiettivi statutari ed il motto 'Il calcio è della gente!' vedono il completamento nella fondazione del Cava United F.C.* che, sotto forma di cooperativa, vede la maggioranza dell'organo direttivo a diretta emanazione di Sogno Cavese ed un assetto proprietario ispirato al principio dell’azionariato popolare.
A prescindere dall’aspetto sportivo a cui, in quanto tifosi di calcio, indubbiamente teniamo, siamo da sempre estremamente orgogliosi di ben altre iniziative che ormai da anni ci vedono impegnati su base assolutamente volontaria.
Dal 2013 ad oggi, abbiamo accolto centinaia di bambini e bambine: con il pretesto del calcio, abbiamo avuto l’opportunità di veicolare messaggi di fondamentale importanza su tematiche quali la sana alimentazione, i rifiuti, la parità di genere e l’importanza dell’attività sportiva (Torneo ‘Il calcio è della Gente!” che vede impegnati bambini delle scuole elementari della città di Cava de’ Tirreni in un mini campionato di calcio a 5; Torneo ‘Alla viva il parroco’ , competizione calcistica tra gli oratori delle Parrocchie dell’Arcidiocesi Amalfi-Cava). A partire dal 2014, l’Associazione ha deciso di organizzare un campionato di calcio a 6 sulle orme dello storico torneo dei Cappuccini che si contraddistingue per l’incontro tra vecchie e nuove generazioni, per uno spirito di agonismo che non può prescindere dalla correttezza e dal rispetto di tutti gli attori coinvolti (Campionato ‘Quando gli scarpini erano neri’).
Da anni cooperiamo con altre realtà del territorio quali la Cooperativa Sociale La Fenice, con la quale collaboriamo all’organizzazione del Torneo ‘Scalciando insieme’ che vede protagonisti gli ospiti di alcune cooperative sociali operanti nell’ambito del disagio mentale e diverse Unità Operative di Salute Mentali della Campania. Questa iniziativa ci ha inoltre offerto l’opportunità di stringere una partnership con la Cooperativa Sociale Villaggio di Esteban, grazie alla quale abbiamo potuto accogliere all’interno della formazione Under 19 due giovani ragazzi di nazionalità guineana e nigeriana ospitati dalla suddetta Cooperativa.
Tornando all’aspetto meramente sportivo, nel corso degli ultimi anni attraverso la prima squadra e l’Under 19 del Cava United F.C., abbiamo offerto l’opportunità a numerosi giovani calciatori, ormai disaffezionati al calcio giocato in virtù di un sistema fin troppo corrotto, di tornare a calcare un campo da calcio sotto la guida tecnica di persone dall’eccezionale preparazione tecnica e, ancor di più, dalle indiscutibili qualità etiche e morali. L’integrazione, l’aggregazione, la lealtà, la sportività, il rispetto per i compagni e per gli avversari sono per noi gli unici risultati da raggiungere a tutti i costi!
Siamo perfettamente consapevoli che, in questo periodo, numerose sono le richieste di sostegno da parte di Associazioni impegnate in altrettante (e forse ancor più) lodevoli iniziative. Tuttavia, se hai apprezzato il nostro operato, ricordati di Noi in occasione della prossima dichiarazione dei redditi:
DESTINA IL 5x1000 dell’Irpef all’Associazione Sogno Cavese!


di maurizio paolillo                                                                                                  28 novembre 2020


Il 25 novembre scorso ci ha lasciato Diego Armando Maradona. Piangiamo il Genio del calcio, un artista sublime, un grande uomo, checché se ne dica o se ne pensi. Non un Dio. Perché Dio è sinonimo di perfezione, di purezza, di incorruttibilità. Diego è stato uomo a tutto tondo, con le sue debolezze, le sue crisi, i suoi errori, un uomo che cento volte è caduto e si è rialzato. Un Grande Uomo dalla profonda, inalterabile nobiltà d’animo.
Diego arriva a Napoli nel 1984 e ci resta fino al 1991. Sette anni che resteranno scolpiti nella storia del calcio e della città nonché nella memoria di tutti gli appassionati del calcio, dell’arte e della bellezza.
Alle spalle un’infanzia poverissima a Villa Fiorito, una baraccopoli ai margini di quella città-stato che è Buenos Aires, una megalopoli la cui area metropolitana conta 14 milioni di abitanti.
Il suo talento, come avviene quasi sempre per i ragazzini argentini con il sogno e la passione innataIl piccolo Dieguito a 10 anni per il pallone, viene alla luce in uno di quei contesti segnati dal degrado, sia socio-economico che umano, dove si rivela la miriade di aspiranti calciatori che popoleranno i campi verdi di tutto il mondo. Grandi spianate alla estrema periferia di Baires dove la domenica si raduna uno stuolo di ragazzini di 8-10-12 anni, che si aggregano a formare squadre occasionali e si sfidano in acerrime partite della durata di 10 minuti ciascuna. Intorno una rumorosa corona di uomini che bevono birra, arrostiscono salsicce e scommettono a più non posso su quelle partitelle. Un ambiente dove la selezione è spietata e dove nasce la leggenda del Pibe de Oro.
Diego si mette in luce a 10 anni al punto da essere notato da una specie di talent scout locale che, dopo aver superato la diffidenza iniziale (non credeva alla sua età; era convinto fosse un nano che si spacciava per ragazzino…), lo porta all’Argentinos Juniors, la sua prima squadra professionistica. Fu poi la volta del glorioso Boca Juniors e quindi il grande salto: l’Europa, la Liga spagnola, il Barcellona.
Due anni in maglia blaugrana, con molti guai e poche soddisfazioni e finalmente Maradona incontra il Destino. Che avrà la forma del cono del Vesuvio e dell’arco del Golfo, ma avrà tante facce: quelle da scugnizzi dei vicoli e dei bassi, quelle facce che assomigliano tanto alla sua. Facce di gente che ha la stessa anima disperata, lo stesso anelito di rivincita, la stessa storia di dolore, lo stesso indelebile odore di povertà di quel ragazzo venuto dal barrio di Buenos Aires.
Da lì prende inizio il cammino di applausi, di vittorie, di successi che tutti conoscono e ricordano. Come ricordano il “grande tonfo”, il crollo rovinoso, la fuga da Napoli e tutto il calvario fatto di cadute e rinascite, fino alla definitiva uscita di scena.
Diego è nato a Villa Fiorito ma sarebbe potuto nascere indifferentemente a Forcella, alla Sanità, o meglio ancora a Secondigliano, al Rione Traiano. E a Napoli come a Baires, Diego è stato adottato dal popolo, dalla gente semplice, è stato riconosciuto come un figlio della strada, un figlio dalla faccia sporca, ma dall’anima pulita.
Sono mille gli episodi di grande umanità, generosità, solidarietà che lo hanno visto sempre schierato,

La famosa partita di beneficenza nel fango di Aversa nel 1985
La famosa partita di beneficenza nel fango di Aversa nel 1985

sempre dalla parte degli esclusi. Ma Diego è stato amato per tanti altri motivi.
Innanzitutto per essere il più grande calciatore di tutti i tempi. La mia personale esperienza mi porta a estendere la consueta coppia regale a una sorta di Santissima Trinità Pallonara: Maradona – Pelè – Johan Cruijff. Ma tra i tre non c’è partita.
Pelè non si è mai mosso dal Brasile, se non per andare a fare il fenomeno nei Cosmos di New York, poco più di un set cinematografico. E quando ha vinto, lo ha fatto con compagini fortissime, come quella campione a Mexico ’70, forse la più grande squadra della storia.
Cruijf era un extraterrestre, ma ha giocato in una squadra di marziani, dove tutti insieme incarnarono la rivoluzione nel campo di calcio e fuori.

Diego ha vinto un mondiale da solo, alla testa di una squadra più che ordinaria e 4 anni dopo portò in finale un’altra squadra ancor più modesta. E poi Diego ha vinto a Napoli, dove i successi costano il triplo e le vittorie valgono 10 volte di più, dove lo scudetto è un evento epocale non un fatto ordinario che si ripete ogni anno. Ha vinto per la sua gente e malgrado quella gente; ha portato tutta la città in cima al mondo; ha creato fierezza, senso di appartenenza, orgoglio di una storia e di una cultura.

Maradona in azione nella finale mondiale del 1986 a Città del Messico contro la Germania (in maglia verde)

Maradona in azione nella finale mondiale del 1986 a Città del Messico contro la Germania (in maglia verde)

Diego ha vissuto profondamente, intensamente, sempre sopra le righe, da artista sublime.
E come ogni artista, è stato genio e sregolatezza.
Luminoso e tormentato come Caravaggio; rivoluzionario ed eccessivo come Charlie Parker; elegante e trasgressivo come Oscar Wilde; innovativo, in anticipo sui tempi e autodistruttivo come Jimi Hendrix.
Un artista lo si apprezza e lo si ama per tutto se stesso, con i suoi lampi di luce, la sua inventiva, il suo talento, il suo carisma, la sua velocità di pensiero; ma anche per i suoi eccessi e le sue debolezze, le sue fragilità, le sue mancanze.
Non c'è genio senza sregolatezza, non c’è bellezza senza contrasto, non c'è il chiaro senza lo scuro, non c'è luce senza tenebra, non c'è Paradiso senza inferno.
Non c'è Grande Arte senza sofferenza.

 

 

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