Monday, 15th 07 2019
21:53:06

Abbiamo 13 visitatori e nessun utente online

  • Facebook Page: 526695580737775
  • Twitter: ilcalciolagente
  • YouTube: IlCalcioedellaGente
Sei qui:

la locandina dell'assemblea di Ancona

dal sito Supporters in Campo

E’ con grande piacere che Supporters In Campo annuncia che in data 14-15 giugno 2014 si terrà, in Ancona, la prima assemblea annuale dell’associazione.

In occasione della assemblea, in particolare in data 14 giugno 2014, verrà ospitato un dibattito sul ruolo dei supporters e il loro rapporto con le società sportive: al dibattito interverranno rappresentanti istituzionali italiani ed europei e rappresentanti di supporters di altri Paesi UEFA, i quali stanno camminando sullo stesso percorso seguito da “Supporters in Campo”.

È un argomento quanto mai di attualità. “Supporters in Campo” ritiene che qualsiasi proposta o intervento di riforma che si proponga un diverso rapporto tra società sportive e supporters, per essere efficace, deve partire dalla conoscenza e dal riconoscimento della centralità dei tifosi come protagonisti al centro del gioco. Dove questo è stato compreso, le conseguenti azioni hanno consentito di riportare presenze negli stadi e passione.

“Supporters in Campo” promuove, tra l’altro, l’educazione ad una dimensione etica e culturale della passione sportiva, l’impegno civile contro la violenza e la discriminazione, il dialogo e la condivisione della conoscenza delle best practice tra i gruppi di supporters, anche al fine di rimuovere barriere ed ostacoli alla partecipazione e alla pratica sportiva per la tutela e la salvaguardia delle libere manifestazioni dei supporters in tutte le loro forme, nel rispetto della legalità.

Nei prossimi giorni seguirà il programma completo degli eventi dell’assemblea di “Supporters in Campo”.

Contatti: Leonardo Daga – e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Pubblicato in Supporters in Campo
Lunedì, 05 Maggio 2014 23:42

Tutti in campo con passione

un'azione di gioco del torneo

II edizione del torneo “Il calcio è della gente!”

di maurizio paolillo

Non è stato facile, ma ce l’abbiamo fatta!

Nei giorni precedenti la manifestazione, quando qualcuno di noi provava a spostare l’attenzione sui numeri dei partecipanti e sull’impatto che questi numeri avrebbero avuto sulla nostra organizzazione, un senso di smarrimento si delineava sul volto di molti, al punto che si preferiva glissare, cambiare argomento, non pensarci.

Alla fine è andato tutto liscio, con minimi problemi che abbiamo fronteggiato di volta in volta brillantemente. E la nostra organizzazione ne è uscita inorgoglita e rafforzata per l’esito della manifestazione.

E dire che la partecipazione è stata anche più ampia del previsto ed essendosi registrate defezioni e nuove adesioni dell’ultimissima ora, è stato necessario modificare il programma in corso d’opera e gestire le diverse fasi con grande prontezza ed elasticità.

Stiamo parlando della II edizione del torneo “Il calcio è della gente!”, manifestazione destinata agli alunni delle classi quinte delle Scuole Primarie di Cava de’ Tirreni che si è svolta nella giornata di domenica 4 maggio 2014 presso il Centro Sportivo Arena Sport - Campo Domenico Siani (http://arenasport.it/).

Questi i numeri. Hanno partecipato 9 classi, appartenenti a 2 Circoli Didattici, I e II, e da 4 plessi diversi, per un totale di circa 80 bambini. Oltre a loro, abbiamo contato almeno una cinquantina di genitori, alcuni dei quali coinvolti direttamente nei ruoli di accompagnatori e referenti delle diverse squadre, altri semplicemente come spettatori interessati. L’attività ha impegnato l’associazione con tutte le sue risorse per 10 ore senza interruzione (dalle 8,00 alle 18,00).

L’equilibratissima finale del torneo ha visto affrontarsi le squadre dei Wanderers e della Pro Cavese, con pareggio per 1-1 ai tempi regolamentari e supremazia ai rigori dei Wanderers. Il premio speciale dell’organizzazione Coppa “Pupainiello”, istituito per valorizzare il fair play, la partecipazione attiva con striscioni, cartelloni e tifo, nonché lo spirito di squadra è andato ai Diavoletti, la squadra più numerosa, sempre sconfitta ma più simpatica ed entusiasta.

Questo per quanto attiene alla parte agonistica. Ma la manifestazione è andata ben al di là. Si è voluto realizzare un evento articolato in diversi segmenti, ciascuno con una finalizzazione precisa e senza lasciare nulla al caso.

Si è voluto sottolineare l’aspetto formativo del calcio e dello sport tutto, quale strumento di educazione alla partecipazione, alla socializzazione, alla cooperazione, all’inclusione.

Ma un altro momento cruciale è stato quello del pranzo, anzi dell’ecomerenda, sempre a cura di Sogno Cavese, che racchiudeva due importanti contenuti: quello dell’educazione alimentare e dell’educazione alla corretta gestione dei rifiuti.

L’ecomerenda, a base di cibi preparati e offerti dall’organizzazione, è stata improntata all’idea di un’alimentazione sana e naturale, compatibile con l’attività fisica e quindi digeribile e in grado di fornire energia prontamente disponibile, con prodotti possibilmente locali e di stagione. Perciò: insalata di riso, frittata di maccheroni, gattò (e non “gateau”) di patate, pane e olio, pane e formaggio (con pane integrale cotto a legna e formaggio primo sale del Parco Naturale di Diecimare), crostate di marmellata, torta di mele, torta all’arancia. E, sempre per non trascurare nulla, il tutto innaffiato da acqua di fonte, prelevata da noi presso i punti di erogazione provenienti dalle sorgenti di Acerno.

Alimentazione sana, quindi, ma anche a basso impatto ambientale. Convinti come siamo dell’urgenza del problema rifiuti e dell’importanza di una corretta educazione alla loro gestione (non solo raccolta differenziata ma soprattutto riduzione della produzione di scarti e imballaggi), abbiamo lanciato l’idea di “Rifuti Zero”. Ai partecipanti è stata fornita l’indicazione (e la preghiera) di venire muniti di stoviglie riutilizzabili, non “usa e getta”, tali da non alimentare la produzione di rifiuti non compostabili e non riciclabili.

Non tutto è stato perfetto, com’è naturale che sia. Proprio l’ultimo aspetto, quello dei Rifiuti Zero, non ha funzionato alla perfezione e andrà migliorato con una più incisiva campagna di sensibilizzazione. Abbiamo finto di non sentire e non abbiamo dato seguito a qualche accenno di polemica sull’esito di alcuni incontri da parte di qualche genitore che evidentemente non aveva ben compreso dove si trovava. Abbiamo cercato di spiegare a qualche mamma che ci chiedeva del menu, che il loro bambino non era in un agriturismo e che, considerate le energie impiegate, avrebbe avuto sicuramente fame e che bastava non dirgli nulla perché avrebbe mangiato sicuramente tutto quello che gli avremmo proposto. E così è stato.

In ogni caso, le energie profuse sono state enormi, ma ancor più grande la soddisfazione di vedere stuoli di bambini felici nel rincorrere un pallone e, se possibile, calciarlo. Magari molti facevano una gran confusione in campo, non avevano l’impostazione di chi viene dalle scuole calcio, ma neanche la presunzione di essere già un campione o l’arroganza di dover vincere a tutti i costi.

E, per la prossima edizione, stiamo già pensando ancora più in grande. L’idea è di sviluppare il progetto in partenariato con le scuole a partire dall’inizio dell’anno scolastico, pianificando insieme gli eventi e gli interventi formativi, in modo che possano essere inseriti nei Piani dell’Offerta Formativa delle diverse Scuole Primarie del territorio, pensando, magari, di ampliare la partecipazione alle prime classi della Scuola Media.

Non mettiamo limiti alla Provvidenza!

   

Lunedì, 28 Aprile 2014 19:45

La fotografia più bella

i trofei del campionato

La fotografia più bella e significativa della cerimonia di chiusura del Campionato "Quando gli scarpini erano neri" è senza dubbio rappresentata dal momento della premiazione che ha visto i rappresentanti di tutte le compagini applaudirsi a vicenda alla consegna dei premi. L'evento nonostante la pioggia abbattutasi sulla struttura di Passiano, teatro della manifestazione, che ha di fatto impedito le previste esibizioni dei Trombonieri Monte Castello e dei ragazzi della Cooperativa sociale La Fenice, ha avuto comunque un notevole successo ripagando gli sforzi ed i sacrifici svolti dall'Associazione Sogno Cavese organizzatrice del Torneo. A far da moderatore alla serata è stato un entusiasta Maurizio Alfieri che dopo un preambolo iniziale in cui ha descritto le finalità del Torneo ed il significato dello stesso che va al di là di una semplice competizione sportiva a riprendere quei valori di lealtà, sano agonismo ed amicizia che in passato hanno caratterizzato il "Torneo dei Cappuccini", ha chiamato a ritirare i premi i gestori dei campi, gli arbitri ed i rappresentati delle dodici squadre. Sono stati premiati così i vincitori del Torneo, la squadra della Domenica Sprint, presente al gran completo, nonché i vincitori dei play off ovverosia i Da Padre in Figlio che, nella finale che ha anticipato la premiazione, hanno conquistato la "Coppa Cappuccini" battendo la compagine del San Martinium, quindi è stato il turno della Fenice che si è aggiudicata la "Coppa Disciplina" intitolata ad Antonio Nola e della Bufera che ha vinto la "Coppa Aggregazione".

Particolarmente significativo è stato l'intervento di Pasquale Senatore della Cooperativa sociale La Fenice che, al ritiro della Coppa Disciplina vinta dalla propria compagine, ha voluto sottolineare la grande valenza del Torneo che ha permesso ai ragazzi della cooperativa di maturare un'esperienza di integrazione sociale di notevole importanza.

La serata è stata poi conclusa dall'intervento del presidente di Sogno Cavese, Paolo Polacco, il quale dopo aver espresso la propria soddisfazione per la riuscita dell'evento dando appuntamento ai protagonisti al prossimo anno per la seconda edizione, ha ricordato le varie iniziative sportive e sociali che sono in cantiere da parte dell'Associazione.

Pubblicato in Sogno Cavese
Martedì, 25 Febbraio 2014 21:27

Noi siamo il Wimbledon

tifosi del wimbledon

Ci andiamo a riprendere una delle storie che ci ha convinto a voltare pagina. E’ la "favola" dell'AFC Wimbledon conosciuta grazie al libro di Stefano Faccendini “Noi siamo il Wimbledon”, le cui vicende spesso tengono banco nei nostri sogni, ricordandoci anche di una loro lettera di qualche anno fa a noi indirizzata. lettera don's trust

Undici anni dopo la fondazione, e dopo essere partiti dall'equivalente della nostra terza categoria...ora sono professionisti. Un esempio per tutti. Onore a loro.

 

Tratto da Bar Frankie

All’inizio mica si sa che è l’inizio. All’inizio lo fai e basta. Poi capisci che è un inizio. Ma soltanto dopo, quando tutto già sta procedendo. Quando la prima volta l’hai già vissuta. Per il football in Italia capitò pressappoco la stessa cosa. C’è stato chi ha portato un pallone di ritorno da qualche viaggio in Gran Bretagna, c’è stato chi ha visto alcuni marinai inglesi prendere a calci una sfera su qualche molo, in attesa di ripartire. E c’è stato qualcuno che ha imitato. Perché qualcuno che imita, stanne pur certo, lo trovi sempre nelle belle storie. Imitare è il primo passo per fare una cosa come si deve, per poterla assimilare e poi farla meglio. Ma questo non c’entra.

il regolamento del giuoco del calcio

Torniamo al football. Torino, Genova. Due città, crocevia di destini, di scoperte scientifiche, di lotte politiche e di amore per il football. All’inizio ci sono queste due città, con la loro curiosità. Bosio, Ferrero da Ventimiglia, il Duca degli Abruzzi nell’ex capitale del Regno, gli inglesi, i marinai, Spensley, Dapples nella città portuale più importante d’Italia. I primi nomi sono questi, c’è poco da fare. È grazie a loro se oggi siamo ancora qua ad appassionarci nel vedere un gruppetto di ragazzi correre dietro ad un pallone.

Se vogliamo fare un po’ di storia come si deve, alcune date sono necessarie. A Torino si giocava al foot-ball (sì, con il trattino…) già verso la fine degli anni’80 del XIX secolo: Bosio, con alcuni colleghi dell’azienda per la quale lavorava aveva formato nel 1887 il Football and Cricket Club Torino, mentre nel 1889 il Duca degli Abruzzi e il marchese Ferrero di Ventimiglia avevano formato una loro squadra, i Nobili Torino. Queste – si dica per inciso per non suscitare disappunto in nessuno – possono essere considerate le due squadre più antiche d’Italia. Ebbero, però, vita breve perché già nel 1891 le stesse si fusero per dar vita all’Internazionale Torino.
A Genova, 120 anni fa, per mano inglese, presso il consolato britannico, nacque il Genoa Cricket and Athletic Club, per dar modo alla numerosa comunità di Sua Maestà di stanza a Genova di praticare i cari giochi della terra natia: cricket e atletica. E il football? Dopo. Verrà dopo. Nella seconda metà degli anni’90, quando un medico inglese diventerà socio del club e aprirà la sezione football, dando la sterzata decisiva per le sorti della società. Il suo nome? James Richardson Spensley.

Un’altra data fondamentale per chi ha voglia di ricordare come tutto ebbe inizio, è quella del 6 gennaio 1898: a Genova si incontrano il Genoa e una selezione formata dai migliori giocatori del Football Club Torino e dell’Internazionale Torino. A dir la verità l’incontro avrebbe dovuto disputarsi l’8 dicembre del 1897, ma la neve abbondante fece rinviare la sfida. Di questa partita sappiamo tutto. Grazie a Gianni Brera che nella sua “Storia critica del calcio in Italia” pubblicò il borderò completo dell’incontro, con tanto di numero di spettatori, incasso, spese. Tutto, insomma. La partita venne vinta dalla squadra torinese, con un goal di Savage, il cassiere incassò un bel ricavo di 64 lire e tutti al termine della sfida andarono a brindare a champagne presso il consolato britannico a Genova. Da quel momento il football non si fermò più. Le due squadre si affrontarono altre volte tra gennaio e marzo, ma ciò che più conta è che sempre in quei giorni si fece strada l’idea di creare un’associazione che stabilisse regole certe e univoche da adottare per giocare al football. E di questo fondamentale momento ne parleremo.

Per il momento vale forse la pena rileggere come La Gazzetta dello Sport concluse il racconto di quella partita:
“Rientrati a Genova i soci del Genoa Cricket and Athletique Club, che già molto cortesemente avevano dato una refezione mattutina ai loro avversari, li invitarono ad un sontuoso pranzo. Lo presiedeva il console inglese Mr. Kean che aveva alla sua destra il marchese Ferrero ed alla sinistra il gentilissimo Mr. Fawcus. Allo champagne il console di S. M. Britannica brindò agli ospiti con parole gentilissime, e gli rispose il marchese Ferrero, augurandosi di veder presto a Torino i footballers genovesi, per riprendersi quegli allori che molto umilmente avevano raccolto poche ore prima i torinesi. E così, fra la più schietta allegria e la più cordiale ospitalità, ebbe termine questa festa dello sport”.

Pubblicato in Articoli vari
Mercoledì, 22 Gennaio 2014 14:28

Sto imparando a sognare

 

L’idea era quella di scrivere qualcosa sull’anno appena trascorso, di mettere a fuoco i bei momenti passati insieme e di raccontare di sogni già realizzati.

Poi abbiamo visto il video realizzato da Enzo Siani e le parole non le abbiamo più trovate.

Noi ci siamo commossi ed emozionati e vorremmo condividere queste emozioni con tutti voi, con tutti quelli che hanno reso possibile la realizzazione di questi sogni.

Di sogni ne abbiamo ancora tanti ed ora che abbiamo imparato a sognare…………

Venerdì, 10 Gennaio 2014 18:27

Sogni di cuoio

Premessa

Avete sentito parlare o visto il film “Sogni di cuoio”?.

Crediamo di no, anche perché come spesso capita questi film non entrano nelle sale e/o nei multisala italiani con tanta facilità. Questo film, poi, essendo un film-documentario le avrà solo sfiorate le sale e quando gli è andata bene è stato proiettato in qualche cineforum in serate a tema.

Oggi iniziamo con il raccontarvi di questa storia, impegnandoci per i prossimi mesi ad organizzare una serata per la proiezione di questo film-documentario sui sogni che muovono le esistenze, un documento sugli aspetti più nascosti del mondo sportivo, ma sopratutto una sofferta vicenda di emigrazione di ritorno.

la copertina del film Sogni di Cuoio

 

Un bel film – documentario del 2004, poco conosciuto ma ben fatto e assolutamente da vedere.

E’ tratto da una vicenda vera: nell’estate 2001, il Fiorenzuola (ora in Eccelenza, allora in C2) sarebbe dovuto diventare la “vetrina europea del calcio sudamericano“. Parola di Alessandro Aleotti, politico e imprenditore milanese. Aleotti, peraltro anche fondatore del Brera calcio, era a capo del progetto: sarebbe diventato il presidente di una squadra completamente sudamericana, e con prevalenza argentina, guidata dall’allenatore Mario Kempes, campione del mondo nel 1978 con l’Argentina.  La vicenda sembrava, già allora mentre accadeva “veramente”, la trama di un film. O meglio ancora un racconto di Soriano.

“Il sogno italiano” del gruppo di calciatori sudamericani però, fu destinato a rimanere solo tale. Il passaggio di proprietà dal presidente del Fiorenzuola, Antonio Villa, ad Alessandro Aleotti e al suo “progetto sudamericano”, rimase infatti “ufficioso” ma senza mai concretizzarsi, tanto che ad ottobre inoltrato la cessione della società ad Aleotti&soci saltò in maniera definitiva. Il Fiorenzuola nel frattempo, in attesa che la trattativa “argentina” si sbloccasse, aveva già iniziato in maniera egregia il campionato, con una squadra giovane zeppa di propri giocatori del vivaio. Per i giocatori argentini, invece, era stata la fine di un sogno cullato ad agosto tra il ritiro in Vallecamonica di Pianborno e l’agriturismo sulle colline piacentine dove erano alloggiati. In attesa di un contratto, che non arrivò mai.

Il film “Sogni di cuoio” diventa così la storia di 20 giocatori argentini e uruguaiani, tutti discendenti da famiglie italiane (quindi con doppio passaporto) che nel 2001 vengono ingaggiati dall’imprenditore Alessandro Aleotti per sostituire in blocco i calciatori del Fiorenzuola. Lo scopo è quello di creare un business, di ottenere un ritorno nella previsione che due o tre di essi esplodano. Per i giocatori, che hanno lasciato a casa famiglia, affetti e lavoro, e un Paese reduce dal “crack economico”, la speranza di riscattare la propria identità ed il miraggio dell’Eldorado italiano, del calcio ricco, del calcio dei sogni. Ad allenare la squadra viene chiamato proprio Mario Kempes, il campione simbolo del riscatto. È un sogno per i venti sudamericani, un sogno che però svanisce in circa quaranta giorni. Ai giocatori ingolositi da false promesse, una volta in Italia, non viene offerto nessun contratto e non vengono pagati. Il film percorre in tempo reale l’altalenante dipanarsi della vicenda catturando nelle testimonianze dei responsabili del progetto, del procuratore, dei tecnici, della gente, dello stesso Kempes, ma soprattutto nel quotidiano dei ragazzi, aspetti inquietanti annidati nel patinato e complesso mondo del pallone. Tra promesse e speranze, entusiasmi e ambiguità, pericolose omissioni e attese estenuanti, la romantica vicenda di un gruppo di ragazzi, che per realizzare il sogno della loro vita sorvolano l’oceano percorrendo a ritroso il tragitto già percorso dagli avi, annega in un dedalo incomprensibile di nodi burocratici, storie di fideiussioni, inconfessati campanilismi.

“Non è solo un film sul calcio – è il commento della regista Elisabetta Pandimiglio -. È anche una storia di immigrazione di ritorno. Il viaggio di questi venti ragazzi fatto anche per capire le proprie origini per capire da dove vengono“. È dunque un film, dal taglio prevalentemente giornalistico, che parla di calcio ma non è un film solamente sul calcio.  E’ la storia di un gruppo di calciatori-lavoratori e del loro tentativo di riscatto sociale.

Un documento sul calcio, su quegli aspetti che dagli spalti di uno stadio è difficile cogliere persino per lo sportivo più attento, ma anche un film sulla circolarità della Storia, sui quegli esseri umani che di generazione in generazione, in una sorta di moto perpetuo, continuano ad attraversare la terra in cerca di un destino migliore.

 

Pubblicato in Articoli vari

L'ultimo articolo del 2013 che pubblichiamo su www.ilcalcioedellagente.it non è nostro, lo abbiamo trovato in rete ed è un ritratto gustoso, romantico e per molti tratti malinconico di Marcello Veneziani che potete trovare nella versione originale al seguente link: http://www.ilgiornale.it/news/interni/979074.html

Il Focoso, lo Zoppo, il Nonno. Le domeniche di provincia si popolavano di personaggi mitologici. Che tra strani riti e lingue inventate ora raccontano un'Italia che non c'è più

Vi invitiamo a leggerlo tutto, non ve ne pentirete e con l'occasione vi auguriamo un ottimo 2014, noi saremo ancora qui a raccontarvi la nostra piccola storia. Auguri a chi sogna da sempre un calcio autentico e puro, un calcio semplice che senza rinunciare al sano agonismo insegue la vittoria con lealtà e nel pieno rispetto degli avversari.

un'immagine del vecchio stadio di Cava

Perché non scrivi nulla di calcio-scommesse e non ti occupi mai di calcio, mi scrive un lettore affezionato. Il mio orizzonte calcistico è assai limitato nel tempo e nel luogo: per me il calcio-scommesse è la birra in palio che scommettevamo da ragazzi prima di giocare (io preferivo l'aranciata, ma non potevo dirlo perché mi avrebbero considerato ricchione). Sono fermo a uno stadio primitivo e tribale del calcio; ma, se proprio volete, ve ne parlo. Nell'antichità vivevo a Bisceglie e seguivo la squadra locale. Le domeniche allo stadio erano un trattato live di antropologia, con vaste appendici di zoologia. Per cominciare, i tifosi si dividevano in due etnie, gli eleganti e gli sportivi. I primi si presentavano col cravattone al collo e un nodo rozzo appena allentato in gola, gli occhi e la pancia pieni di ragù, garze paonazze, come da noi si chiamavano le sottoguance, e portavano un giornale da infilare sotto le chiappe per non arrighirnarsi (sporcarsi) l'abito buono della domenica. I più cavallereschi destinavano un foglio al compare di gradinata. La stampa, allora, godeva di grande prestigio. Lo sportivo, invece, si vestiva come se dovesse scendere lui in campo, con tuta o maglietta, scarpette, a volte la visiera e, nei mesi caldi, pantaloncini, canottiera e zoccoli. La differenza tra le due razze non era solo di stile, ma di visione della vita: i primi erano figli del giorno, e siccome era domenica venivano vestiti da domenica; i secondi erano figli del luogo, e siccome era campo sportivo venivano vestiti sportivi. L'azionista di riferimento nel primo caso era la Famiglia, nel secondo la Curva. All'entrata, si poneva il problema delicato dell'adozione. Un nugolo di mininni (ragazzini) chiedeva a u' Giovn (il Giovane, epiteto che valeva dai 20 ai 60, oltre scattava la definizione U'Nonn) di affiliarsi per entrare gratis. Quando all'entrata chiedevano: E cus, a ci appertén? (E questo a chi appartiene?), l'adulto con l'imposizione della mano sulla spalla, come una cresima, lo sanciva suo figlioccio. L'adozione non sempre riusciva, a volte perché si scopriva un cambiamento continuo di padri putativi, a volte perché il figlio adottivo era più alto del padre. Tra gli spettatori non mancavano «i zoppi» ovvero chi cercava di entrare a sbafo o chi vedeva la partita dal balcone del compare, strapieno a rischio crollo. Ma se la partita era gratis, la seguiva anche la nonna. Il saluto augurale per i nuovi arrivati sugli spalti alludeva al loro mestiere: a' mort le varvér (a morte i barbieri), a' mort le scarpòr (a morte gli scarpari) e il nuovo arrivato ricambiava con pari gentilezza, magari alludendo alla tribù d'appartenenza: a' mort le juvendén (a morte gli juventini), con diagnosi infauste: iosce avite ambré (oggi dovete morire). I pop corn dell'epoca erano le semenze e le fave arrostite, le castagne del monaco e i lupini.


continua a leggere

Lunedì, 23 Dicembre 2013 13:29

La prima edizione della Copa Rebelde

Proponiamo anche sul nostro sito l'articolo tratto dal sito www.sportallarovescia.it che ci racconta la prima edizione della Copa Rebelde dopo che ne avevamo parlato qualche settimana fa.

 

Lo scorso 15 dicembre, presso l'antica stazione ferroviaria di Sao Paulo, Brasile, si è svolta la prima edizione della "Copa Rebelde". Evento calcistico pensato e creato dai movimenti sociali brasiliani e nato in contrapposizione alla "coppa del mondo FIFA" che si giocherà nel prossimo mese di giugno, in Brasile.

Con questo evento, gli organizzatori, hanno voluto dimostrare alla popolazione brasiliana, al governo e alla FIFA che il calcio è ancora legato alle più vecchie e antiche tradizioni popolari, che il calcio è della gente e non di pochi e ricchi potenti che continuano a speculare su quello che è il gioco più amato in tutta la nazione verdeoro.

Abbiamo intervistato Marina Mattar, sociologa e giornalista indipendente, una delle organizzatrici del torneo, che ci spiegherà meglio perché e da dove è nata l'idea di organizzare la "Copa Rebelde".

 

- Com'è nata l'idea di organizzare la prima edizione della "Copa Rebelde"? Perché?

L'idea di organizzare la prima edizione della "Copa Rebelde" è nata dopo avere assistito alle speculazioni edilizie, allo spreco di denaro pubblico, ai continui sfratti e soprusi che gli organizzatori dei mondiali FIFA stanno commettendo ai danni della popolazione brasiliana. Non siamo contro il calcio, anzi, vogliamo che questo ritorni ad essere protagonista nelle strade, tra la gente. La "Copa" nasce all'interno del Comite Popular da Copa de SP (comitato formato da persone e movimenti diversi che sollevano domande sulla coppa del mondo FIFA). Tuttavia, l'idea, è nata da un ragazzo che qualche anno fa è venuto in Italia e ha partecipato ai mondiali antirazzisti. Lo stile e l'organizzazione è stata ripresa proprio dall'evento che si svolge ogni anno in Emilia Romagna.

 

Continua a leggere

Martedì, 03 Dicembre 2013 23:04

Meglio che si allontanino

Un giorno ci dissero che la tv ci avrebbe allontanato dagli stadi. Ed iniziò la protesta, timida, senza un filo conduttore. D’altronde come potevi capire dove avrebbero portato quelle prime dirette, quei primi canali privati che “compravano i diritti tv” e pian piano spostavano gli interessi commerciali delle squadre di calcio. Oggi non ci sentiamo di dire che ci hanno allontanato loro dallo stadio, non lo crediamo. Anche perché le nostre squadre in tv non ci sono mai andate.

Se il problema pay tv ha potuto interessare le tifoserie dei grandi club, uno dei successivi capi di accusa è stato mosso, con molte ragioni diciamo noi, nei confronti della ormai triste e famosa tessera del tifoso. Chi vi parla, pur non appartenendo a gruppi ultras, ha iniziato ad alzare barricate nei confronti della tessera del tifoso sin dagli albori. A Cava possiamo dire che questa non ha avuto un grosso successo perché l’opera di informazione e di sensibilizzazione è avvenuta in simbiosi tra gruppi ultras e tifosi “oltre” in maniera capillare, anche con organizzazione di convegni a tema. Ma a distanza di quattro anni da quei giorni, pur addebitando ad essa l’innalzamento di una barriera insormontabile tra le istituzioni e le tifoserie, non ci sentiamo di dare una grossa percentuale di colpe all’emorragia da stadio, come si suol dire, alla card. Vero è che per assistere ad una partita è diventato peggio che andare in Australia, ma nel frattempo sono accadute nel calcio tante di quelle cose che non hanno ricevuto le stesse “attenzioni” delle cose precedentemente dette.

il corteo del 14 novembre 2009 contro la tessera del tifoso

 

Il fenomeno del calcio scommesse, del riciclaggio di danaro sporco, dell’utilizzo delle squadre di calcio come segno distintivo del potere, delle partite vendute, e di altre cosettine a queste di sopra collegate, non hanno destato la significativa preoccupazione di chi fa dello stadio la propria ragione di vita. Ovvio che non in tutte le piazze è così, ma momenti di grande confronto non ne abbiamo visti.

E qui che ci fermiamo noi. E qui che mettiamo un punto e ci consentirete di fare una nostra considerazione. A qualcuno potrà interessare, a qualcun altro meno, ma qui ci si può confrontare perché l’argomento “tira” dalle nostre parti.

Quando auspichiamo un ritorno ad un calcio più semplice, non auspichiamo un ritorno al passato, ma facciamo nostro l’insegnamento forse più importante che ci arriva da Manchester (sponda FCUM): non stiamo difendendo il “calcio di una volta”, ma stiamo cercando di costruirne uno nuovo, in cui le squadre sono un bene comune con un forte legame con la rispettiva comunità.

E, per evitare contraddizioni e strumentalizzazioni di sorta, diciamo pure che a noi le partite piacciono e ce le guardiamo pure quando ci capita, ma abbiamo buttato giù il “quadro”; quello che oggi ci viene proposto è una cosa, quello che vorremmo è completamente un’altra cosa.

Quello che oggi ci viene propinato è un prodotto, uno spettacolo, uno strumento. A ciascuno il suo, a seconda della categoria e del contesto socio-culturale-economico.

La passione, quella vera che non ti fa mangiare o non ti fa dormire prima di una gara decisiva, non c’entra niente in tutto questo. Per quanto ci riguarda.

In questo scenario come si può pretendere che la gente ritorni in massa allo stadio? Come si può pretendere che le famiglie popolino di nuovo le tribune dei campi sportivi?

Speriamo che restino lontano il più possibile, altrimenti è finita per sempre, almeno fin quando non ci sarà un nuovo calcio. Per tutti e di tutti.

Pubblicato in Articoli vari
Pagina 7 di 8