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04 Giu 2014, 14:10
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Italia 90 - Le notti magiche di Totò

 

manifesto 90  Schillaci 

 

E’ il mese di maggio del 1984 quando l’Italia ottiene il prestigioso incarico di ospitare nuovamente una fase finale del Campionato del Mondo. Sono passati 56 anni dalla seconda edizione della Coppa Rimet e dalla prima affermazione dei ragazzi di Pozzo. A capo del comitato organizzatore che si mette in moto nel febbraio del 1986 c’è il trentanovenne manager Luca Cordero di Montezemolo, con trascorsi in Ferrari. Il lavoro del COL è enorme. Il Mondiale che si tiene nella nostra penisola dall’8 giugno all’8 luglio 1990 non è bellissimo dal punto di vista del gioco e dello spettacolo, ma all’estero ci fa fare un figurone. Un po’ come era successo per le Olimpiadi romane del 1960. Si gioca in dodici città, vengono ristrutturati tutti gli stadi; due, il “Delle Alpi” di Torino e il “San Nicola” di Bari, vengono costruiti ex novo. Qualche polemica c’è sui grandi interventi urbanistici finanziati in zone del paese dove non è in programma nessuna partita. Non sempre nei cantieri viene garantita la sicurezza sul lavoro. Alla fine si conteranno ben 24 morti tra gli operai impegnati nel rifacimento dei campi sportivi. Le tecnologie informatiche e di comunicazione dei centri stampa e della cittadella televisiva IBC invece sono all’avanguardia. Le 52 partite sono seguite da oltre 40.000 giornalisti accreditati e da 28 miliardi di contatti televisivi. La Rai fa la parte del leone con un impiego di mezzi e di risorse senza precedenti. La colonna sonora è la canzone scritta da Giorgio Moroder ed interpretata da Gianna Nannini ed Edoardo Bennato, “Un’estate italiana”. La mascotte dell’evento, Ciao, la stilizzazione di un calciatore composta da elementi bianchi, rossi e verdi, è ovunque. Sui giornali, sui manifesti, negli impianti.

 

Il 22 e il 23 aprile del 1990 va in onda la miniserie tv in due puntate, che si spera sia beneaugurante, “Il colore della vittoria”, per la regia di Vittorio De Sisti, dedicata alla vittoria della Nazionale di Pozzo. La produzione evita la trappola della ricostruzione agonistica e fissa l'attenzione sui risvolti umani e politici dell'evento. Nel cast alcuni nomi di rilievo della nuova generazione di interpreti italiani come Claudio Amendola nel ruolo di Ferraris IV, Adalberto Maria Merli in quelli del Commissario Unico, Massimo Bonetti, Nancy Brilli e Sidney Rome. Inutile dire che come nel 1934 tutti si aspettano che gli azzurri, dopo la brutta figura in Messico quattro anni prima e l’addio di Bearzot, vincano il titolo. O quantomeno arrivino sul podio.

Il nuovo ct Azeglio Vicini, ex collaboratore del “Vecio”, alla guida dell’Under 21 ha conquistato la finale dell’Europeo di categoria e fin dall’esordio l’8 ottobre 1986 a Bologna con la Grecia (2-0 grazie alla doppietta di Bergomi) porta nel gruppo tanti elementi della sua Under. Romagnolo, classe 1933, è il classico tecnico federale. Ha un carattere aperto e gioviale e si fa immediatamente volere bene da tutti, calciatori e stampa ed ambiente esterno. La sua Italia, dopo un successo di prestigio in amichevole il 10 giugno del 1987 a Zurigo per 3-1 sull’Argentina di Maradona, gioca bene ed è protagonista agli Europei che si tengono in Germania nel 1988. Dopo aver superato il girone eliminatorio con un pareggio con i tedeschi e due vittorie con Spagna e Danimarca, i nostri si arrendono solo per 2-0 in semifinale all’URSS del colonnello Lobanovskij che poi verrà a sua volta sconfitta all’ultimo atto dalla grande Olanda di Gullit e Van Basten. L’ossatura base di quella formazione è la stessa che due anni dopo affronterà il Mondiale. Zenga in porta, Bergomi, Paolo Maldini, Franco Baresi, Ferri e De Agostini in difesa, Ancelotti, Donadoni, De Napoli e Giannini a centrocampo, Vialli e Mancini in attacco. A Stoccarda contro i sovietici “SpilloAltobelli timbra l’ultima presenza in Nazionale, la 61esima.

Ad Italia ’90 i nostri sono qualificati di diritto e ci arrivano dopo due anni di amichevoli con tante luci e poche ombre. Siamo solidi in difesa, produciamo molto gioco, tuttavia siamo poco prolifici in attacco. Vialli, centroboa della Samp, è il nostro alfiere. I suoi partner sono il gemello Mancini, Serena dell’Inter o Carnevale del Napoli. Il 16 novembre 1988 il ct nell’amichevole contro l’Olanda lancia il 21enne fantasista della Fiorentina Roberto Baggio. Il 31 marzo del 1990 a Basilea contro la Svizzera, nell’ultimo test prima del Mondiale, in campo c’è il 26enne Salvatore Schillaci, detto Totò, attaccante della Juventus. Proprio questi ultimi saranno le più belle sorprese della manifestazione e faranno vivere a tutti gli italiani delle indimenticabili “notti magiche”. Quella di Schillaci è un’autentica favola. Cresciuto in un quartiere povero di Palermo, lo scopre un osservatore, Angelo Chianello e lo porta a dodici anni in un piccolo club del capoluogo siciliano, l’Amat. Approda tardi al grande calcio. Lo vuole il presidente del Messina Salvatore Massimino e lo paga 25 milioni. Il primo stipendio è di 250mila lire al mese. Con i giallorossi rimane sette stagioni e ha come maestri Franco Scoglio e Zdenek Zeman: parte dalla C/2 e arriva fino in B. “Aveva una voglia di fare gol che non ho mai visto in nessuno”, diceva di lui il professore di Lipari. Nel 1989 vince il titolo di capocannoniere tra i cadetti e viene ingaggiato dai bianconeri. E’ la scommessa personale di Giampiero Boniperti. Schillaci lo ripaga subito con quindici centri in serie A. Nella Juve di Zoff, nella stagione dolorosa per la tragica fine dell’ex difensore e ora collaboratore in seconda Gaetano Scirea, deceduto in un incidente d’auto in Polonia il 3 settembre ’89, vince pure Coppa Italia e Coppa Uefa. Vicini lo nota e se lo porta tra i ventidue in ritiro prima a Coverciano e poi a Marino all’Hotel “Cabala”. Gioca per la squadra ed è dotato di un grande opportunismo e di un notevole fiuto del gol. Sulla carta è la sesta scelta. I fatti diranno che non sarà così.

Il 31 maggio papa Wojtyla inaugura il nuovo stadio “Olimpico” di Roma davanti a tante autorità. E’ una grande festa. Otto giorni dopo può cominciare il Mondiale. Tra le grandi non si sono qualificate la Francia, semifinalista nel 1982 e nel 1986, la Danimarca e il Portogallo. Torna l’Olanda. C’è grande equilibrio e fin dal match inaugurale, venerdì 8 giugno a Milano, tra Camerun e Argentina si capisce che tutto può accadere. I leoni d’Africa di Nepomniacij, allievo di Lobanovskij, pur ridotti in nove per le espulsioni di Kana-Biyik e Massing, battono i campioni in carica grazie ad un colpo di testa di Omam-Biyik e alla papera di Pumpido. Gli eroi sono il portiere Thomas N’Kono, già protagonista in Spagna otto anni prima, e il 38enne attaccante Roger Milla, tornato in attività solo per prendere parte alla rassegna. Per Maradona, fresco vincitore del secondo scudetto con il Napoli, un inizio choc.

L’Italia, inserita nel gruppo A con Austria, Stati Uniti e Cecoslovacchia, tutte avversarie superate nel 1934, scende in campo a Roma il giorno dopo contro gli austriaci di Hickersberger in uno stadio stracolmo di bandiere e di affetto. Vicini sceglie in avanti la coppia Vialli-Carnevale. Attacchiamo tutto il primo tempo, ma non riusciamo a passare. Al 75’ il ct si gioca la carta Schillaci al posto di Carnevale. Totò, alla seconda presenza in Nazionale, ci mette quattro minuti per sbloccare il risultato e di testa, su assist di Vialli, trafigge Lindenberger. Lui, il più piccolo, tra i giganti Pecl e Russ, regala la vittoria ai suoi compagni e corre come un forsennato con gli occhi spiritati sul prato dell’Olimpico per andare in panchina ad abbracciare Tacconi. Una scena che si ripeterà e che diventerà il simbolo di questi Mondiali. Nella seconda uscita il 14 giugno a Roma superiamo gli statunitensi per 1-0 con gol al 10’ di Giannini. Vialli al 33’tira un rigore sul palo. Nella ripresa Schillaci al 52’ rileva di nuovo Carnevale che si infuria al momento della sostituzione e manda a quel paese l’allenatore. Non giocherà più. Per l’incontro del 19 giugno con la Cecoslovacchia Vialli è indisponibile e Vicini vara dall’inizio l’inedita coppia Baggio-Schillaci. Il tandem funziona a meraviglia. I ceki perdono 2-0. Vanno a segno sia lo juventino di testa che il fiorentino e il fantasista viola in particolare incanta con una rete gioiello. E’ il 78’. Baggio scambia con Giannini, salta Hasek sulla trequarti, si accentra, finta, controfinta, evita Moravcik, Kadlec e batte Stejskal. Il mondo scopre un’altra stella. Passiamo il turno a punteggio pieno.

Nel gruppo B, dopo la sconfitta con il Camerun, l’Argentina continua a stentare. Gioca a Napoli allo stadio “San Paolo”, sempre pieno per applaudire il beniamino Maradona. Vince 2-0 con l’URSS che contesta l’arbitraggio dello svedese Fredriksson che non vede un salvataggio di mano del numero 10 albiceleste (ci risiamo) sulla linea di porta su colpo di testa di Kuznetsov e che espelle il russo Bessonov. Gli idoli del 1986 sembrano stanchi. Pumpido in uno scontro fortuito con Olarticoechea si frattura tibia e perone. Entra la riserva Goycochea. La mossa obbligata si rivelerà indovinata per il proseguo del torneo. La Selecciòn poi pareggia per 1-1 con la Romania e si qualifica agli ottavi come una delle migliori terze. Negli altri gironi, come spesso accade, comincia alla grande il Brasile di Lazaroni, il più difensivo di sempre, che a Torino vince tre partite su tre contro Svezia, Costarica e Scozia. Il tecnico è criticatissimo in patria perché gioca con un libero Mauro Galvao, due sole punte, Careca e Muller, e pensa “prima a non prenderle”. Gli ex Pelè e Zico sono furiosi. La squadra più in palla sembra la Germania di Franz Beckenbauer che a Milano seppellisce di reti la Jugoslavia e gli Emirati Arabi Uniti e pareggia con la Colombia di Higuita e Valderrama. I tedeschi, dopo le due finali consecutive perse nel 1982 con l’Italia e nel 1986 con l’Argentina, sono insieme con gli azzurri i veri favoriti per il titolo. Hanno una difesa fortissima che si basa sul libero Augenthaler, sui marcatori Berthold, Kohler e Buchwald e sul terzino sinistro Brehme che non disdegna sortite offensive, un centrocampo di sostanza con Matthaus, Haessler e Littbarski e un attacco composto da Klinsmann e Voeller che garantisce profondità e un buon numero di reti. Tutta gente che conosce benissimo il campionato italiano e che rappresenta un classico della tradizione tedesca: forza fisica, resistenza e grande aggressività. In panchina il kaiser è maturo per un grande traguardo.

Superano la prima fase insieme con l’Italia, Cecoslovacchia, Camerun, Romania, Argentina, Brasile, Costarica, Germania Ovest, Jugoslavia, Colombia, Spagna, Belgio, Uruguay, Inghilterra, Irlanda e Olanda. Queste ultime tre sono inserite insieme con l’Egitto nel gruppo F di Cagliari e Palermo. E’ il raggruppamento più equilibrato che si chiude con cinque pareggi, tanta noia, una sola vittoria, quella dei bianchi di Robson che regolano grazie a Wright gli egiziani e tanta paura per l’arrivo in Sardegna cinque anni dopo la strage dell’Heysel degli hoolingans britannici. Il capoluogo sardo in quei giorni è blindato e protetto da 12.000 poliziotti. Fortunatamente si registrano scontri solo prima dell’incontro con gli orange. Il bilancio è di dodici feriti e trenta arresti.

Negli ottavi risorge l’Argentina che a Torino affronta nel classico derby del Sudamerica il Brasile. I pronostici sono tutti per i verdeoro che dominano e falliscono tante occasioni. All’80’ in contropiede Maradona si inventa una giocata delle sue e con il destro, non certo il suo piede preferito, mette Caniggia davanti alla porta di Taffarel. L’attaccante dell’Atalanta supera il portiere brasiliano e sigla il gol qualificazione. La forma del Messico è lontana, ma basta un lampo per annichilire la torcida. “Per noi la palla – dirà il poeta brasiliano Gilberto Gilnon è più come un tempo la continuazione del corpo, è diventata solo un oggetto. L’unico che con la palla ha un rapporto brasiliano, quasi sessuale, è questo insopportabile Maradona”. Quando Muller a due minuti dalla fine colpisce la traversa si capisce che gli dei della pelota hanno abbandonato sul serio la Seleçao. “Lazaroni voleva vincere con un calcio europeo – scrive l’indomani il “Jornal do Brasil” – adesso farà bene a rimanere per sempre nel vecchio continente”.

A Napoli nella sfida tra squadre rivelazione il Camerun ai tempi supplementari regola la Colombia con una doppietta di Milla ed è la prima compagine africana ad arrivare ai quarti. Clamoroso sul secondo gol l’errore di Higuita che lascia la porta sguarnita e si fa soffiare il pallone a metà campo dal 38enne attaccante alla sua quarta rete in quattro gare. A Bari la Cecoslovacchia batte per 4-1 il Costarica di Bora Milutinovic, a Milano la Germania Ovest supera l’Olanda di Beenhakker per 2-1 nella rivincita della semifinale degli Europei di due anni prima, a Genova l’Irlanda elimina la Romania dopo i calci di rigore. Nella partita tra tedeschi e tulipani spiacevole è il battibecco tra Voeller e Rijkaard che costa l’espulsione ad entrambi. L’olandese perde la testa e sputa all’indirizzo dell’avversario. Un gesto davvero deprecabile. Ci vogliono invece i tempi supplementari all’Inghilterra a Bologna e alla Jugoslavia a Verona per avere la meglio su Belgio e Spagna.

A Roma il 25 giugno l’Italia affronta l’Uruguay di Tabarez. Confermatissima la coppia Baggio-Schillaci. Dopo un primo tempo relativamente tranquillo per il portiere Alvez, nella ripresa Vicini inserisce Serena per Berti. E’ la svolta. Proprio il neo entrato serve il pallone giusto a Schillaci che al 65’ con un bolide di prima intenzione di sinistro gonfia la rete. L’interista raddoppia di testa all’83’ su perfetto cross di Giannini. Per Totò il momento magico continua nei quarti. Sempre con un suo gol di rapina al 38’ il 30 giugno all’Olimpico cade pure l’Irlanda. Bonner non trattiene una conclusione di Donadoni, il siciliano di destro pesca l’angolino con il portiere a terra. Gli irlandesi non perdevano da 17 gare. Dopo il gol la punta della Juventus colpisce una traversa e l’arbitro, il portoghese Valente, allo scadere gli nega la gioia della doppietta per un dubbio fuorigioco.

Poco male. L’Italia è in semifinale dove affronterà l’Argentina che pur giocando malissimo arriva al penultimo atto del torneo superando ai calci di rigore la Jugoslavia a Firenze. Dagli undici metri sbagliano Stojkovic, perfino Maradona (che perde la sua scommessa personale con il portiere Ivkovic) e Troglio. Ci pensa Goycochea ad ipnotizzare Brnovic e Hadzbegic. Dezotti trasforma quello decisivo. La Germania Ovest con un rigore di Matthaus e non senza soffrire ha la meglio sulla Cecoslovacchia a Milano. In semifinale, in un’altra sfida che suscita vecchi ricordi, i tedeschi incontreranno l’Inghilterra che, trascinata da Gascoigne, a Napoli ai tempi supplementari supera uno sfortunato ed indomabile Camerun solo grazie a due penalty trasformati dallo specialista Lineker e generosamente concessi dal messicano Codesal. Lo stesso che arbitrerà con non poche polemiche la finale. E che dopo il Mondiale verrà radiato dalla propria federazione per corruzione. Il suo bilancio ad Italia ’90 è di cinque rigori fischiati in tre partite, di cui almeno tre molto dubbi. Niente male.

Il 3 luglio a Napoli è in programma la prima semifinale tra azzurri e argentini. Maradona, furbescamente, chiama a raccolta il suo pubblico e chiede di tifare per lui come se fosse una partita di campionato. La gente partenopea non abbocca e affolla l’impianto di Fuorigrotta con l’unico intento di sospingere i nostri in finale. “Maradona Napoli ti ama, ma l’Italia è la nostra patria”, recita uno striscione. Vicini a sorpresa lascia in panchina Baggio e rispolvera Vialli. Il pronostico è tutto per noi, dicono gli esperti. Sblocchiamo subito il risultato dopo 17 minuti ancora con Schillaci che da opportunista approfitta di una corta respinta di Goycochea. Poi i nostri si fermano e smettono di giocare, forse presi dalla classica paura di vincere. Al 68’ Caniggia anticipa l’uscita di Zenga e di testa sigla l’1-1. Il portiere dell’Inter era imbattuto e prende gol dopo 517 minuti. Un record che purtroppo servirà a poco. A questo punto il ct toglie Vialli e Giannini e dà spazio a Serena e Baggio. Per il doriano è la certificazione di un periodo da dimenticare in fretta. Doveva essere il trascinatore. Esce mestamente di scena. Non mancheranno le critiche al commissario tecnico.

Ai supplementari la tensione cresce, si taglia a fette. Sia allo stadio “San Paolo”, sia a casa davanti alle tv. L’arbitro Vautrot per una svista fa terminare il primo tempo con oltre cinque minuti di ritardo. L’Argentina finisce in dieci per l’espulsione di Giusti, ma il risultato non cambia. Si va ai rigori. Per la seconda volta dagli undici metri il salvatore degli argentini è il loro numero uno. Para i tiri di Donadoni e Serena, Maradona stavolta non sbaglia e a Zenga non riesce il miracolo. La Selecciòn è nuovamente in finale. In tutta la penisola scende un silenzio irreale. E’ una delusione troppo grande. Niente caroselli, niente bandiere o tuffi nelle fontane. Nessuno se lo sarebbe mai potuto aspettare. Che un’Italia così fresca e pimpante non riuscisse ad avere la meglio di un’Argentina stanca e catenacciara. “Italia, nooo! Stramaledetti rigori”, titola “La Gazzetta dello Sport” il giorno dopo. Nell’altra semifinale, in programma il giorno dopo a Torino, anche i tedeschi superano gli inglesi ai calci di rigore. I tempi regolamentari si erano chiusi sull1-1 (Brehme e Lineker). Gli errori che condannano i britannici sono di Pearce e Waddle. Illgner è più bravo di “nonnoShilton che a 41 anni suonati difende la porta dei leoni. “Wembley” ’66 e il gol fantasma di Hurst sono soltanto un fotogramma sbiadito.

Il 7 luglio a Bari un’Italia rivoluzionata ottiene il terzo posto sconfiggendo l’Inghilterra per 2-1 con i gol della coppia d’oro Baggio-Schillaci. La giacchetta nera, il francese Quiniou, annulla allo scadere una rete regolare a Berti. Dopo la partita i ventidue in campo fraternizzano mettendo da parte la tragedia dell’Heysel e fanno la “ola” con il pubblico pugliese che partecipa alla festa e grida agli azzurri “Campioni, Campioni”. Il sesto centro su rigore vale a Totò il titolo di capocannoniere del torneo come Paolo Rossi nel 1982 e il secondo posto nella classifica del Pallone d’Oro dietro Lothar Matthaus. A conferma di un mese davvero irripetibile. Una gloria tanto improvvisa ed inaspettata quanto breve. Il declino sarà repentino.

Nella Juventus di Maifredi in tandem con Baggio, acquistato dalla Fiorentina dopo le rivolte di piazza dei supporters gigliati, il siciliano non ripeterà le belle prove del Mondiale e i bianconeri finiranno lontani dalla Sampdoria tricolore di Vialli e Mancini e dopo 28 anni rimarranno fuori dalle Coppe Europee. Il bomber si intristisce in seguito alla separazione con la moglie Rita che poi avrà una chiacchierata relazione con il talento del Toro e del Milan Gigi Lentini. Da lei sta correndo l’ala rossonera quando il 2 agosto del 1993 lungo l’autostrada Torino-Piacenza con la sua Porsche gialla ha un tremendo incidente che lo costringerà a stare fuori dall’attività agonistica per diversi mesi. Schillaci finirà all’Inter nel 1992 e poi nel 1994 in Giappone nello Jubilo Iwata. Dove chiuderà la carriera nel 1999 prima di tornare a Palermo per dirigere una scuola calcio. Sempre amato dal pubblico nel 2001 viene eletto consigliere comunale tra le fila di Forza Italia alle amministrative della sua città con oltre 2000 preferenze, ma darà le dimissioni dopo due anni. Partecipa inoltre a svariati programmi tv come “Quelli che il calcio” e “L’Isola dei famosi” e alla fiction “Squadra Antimafia - Palermo oggi”. Per tutti Totò è sempre quello delle notti magiche.

Nemmeno un folle  - racconta Schillaci - avrebbe mai potuto immaginare cosa mi stava per accadere. Ci sono periodi nella vita di un calciatore nei quali ti riesce tutto. Basta che respiri e la metti dentro. Per me questo stato di grazia è coinciso con quel campionato del mondo. Vuol dire che qualcuno, da lassù, ha deciso che Totò Schillaci dovesse diventare l'eroe di Italia '90. Peccato che poi si sia distratto nella semifinale con l'Argentina. Una disdetta: abbiamo preso solo un gol in quell'edizione dei mondiali, e quel gol ci ha condannati. A volte rivedo al videotape quei momenti, ma quando arrivo al match di Napoli spengo tutto. Non voglio perderlo ancora”.

Come in Messico quattro anni prima il Mondiale è un affare tra Germania Ovest e Argentina. Di fronte a Roma l’8 luglio gli stessi tecnici Beckenbauer e Bilardo. Gli italiani si schierano apertamente contro gli argentini, rei di aver infranto il loro sogno. I fischi al momento dell’esecuzione dell’inno fanno imbestialire Maradona. La sua imprecazione in mondovisione, “hijos de puta”, è il prologo di una finale bruttissima. Zero emozioni, zero spettacolo. Il contestato arbitro messicano Codesal non fischia due rigori apparsi evidenti su Augenthaler e su Calderon. Espelle Monzon e poi punisce con la massima punizione a cinque minuti dal termine un tocco di Sensini in area su Voeller. I sudamericani che speravano di arrivare ai supplementari protestano a lungo. Sul dischetto si presenta lo specialista Brehme. Il tiro è forte ed angolato, Goycochea intuisce e per poco non ci arriva. E’ l’1-0. C’è tempo solo per l’altra espulsione di Dezotti, che lascia la propria squadra in nove, e per le lacrime di Diego che durante la premiazione ce l’ha con la FIFA e grida al complotto. Dopo la finale persa nel 1986 a Città del Messico Beckenbauer eguaglia il brasiliano Zagallo e diventa campione del mondo sia in campo nel 1974 che in panchina. Dopo il torneo lascia la Nazionale e diventerà dirigente e presidente del Bayern Monaco, della Federcalcio tedesca e del comitato organizzatore di Germania 2006.

Per il capitano Matthaus la soddisfazione di alzare il trofeo dopo le delusioni del 1982 e del 1986 e la certezza di essere uno dei più grandi della storia del calcio teutonico. Parteciperà ad altri due mondiali e raggiungerà il record di presenze in edizioni diverse (ben cinque) del messicano Carbajal. Con la maglia bianca dei panzer giocherà 150 partite, segnando 23 reti e vincendo pure il Campionato Europeo nel 1980.

Italia ‘90 sul piano del gioco resta il peggiore di sempre: 16 espulsi, 18 rigori, arbitraggi disastrosi, difese blindate, un numero eccessivo di gare (un ottavo, un quarto e le due semifinali) decise dagli undici metri. La situazione costringerà la FIFA, e in particolare il suo segretario generale Joseph Blatter, a cambiare il regolamento per privilegiare chi intende adottare un calcio più offensivo. Da qui nasceranno il divieto imposto ai portieri di prendere il pallone con le mani sui retropassaggi volontari dei compagni, sanzioni più pesanti per il gioco violento, l’introduzione del fallo da ultimo uomo su chiara occasione da rete e le prime limitazioni al fuorigioco. Del mondiale disputato a casa nostra a distanza di anni rimane soltanto il ricordo degli occhi sbarrati e delle prodezze di Totò Schillaci.

Fabrizio Prisco

 

La finale: Roma, 8 luglio 1990

GERMANIA OVEST – ARGENTINA 1-0

GERMANIA OVEST: Illgner, Augenthaler, Berthold (74’ Reuter), Kohler, Buchwald, Haessler, Brehme, Littbarski, Matthaus (cap.), Klinsmann, Voeller. Allenatore: Beckenbauer

ARGENTINA: Goycochea, Simon, Serrizuela, Ruggeri (46’ Monzon), Sensini, Burruchaga (53’ Calderon), Troglio, Basualdo, Lorenzo, Maradona (cap.), Dezotti. Allenatore: Bilardo

ARBITRO: Edgardo Codesal Mendez (Messico)

RETE: 85’ Brehme (G) su rigore

SPETTATORI: 73.603

NOTE: espulsi Monzon (A) al 65’ e Dezotti (A) all’87’

Capocannoniere: Schillaci (Italia), 6 reti

 

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