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06 Giu 2014, 14:29
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USA 94 - Sacchi, Baggio e il sogno americano

 

manifesto 94  Baggio Usa 94 

 

Gli Stati Uniti e il soccer. Un binomio non certo vincente. Gli USA sono la patria del baseball, del basket, dell’hockey e del football, quello che si gioca con la palla ovale. Il calcio ha comunque ugualmente tradizioni antichissime: una prima Federazione risale al 1884, nel 1913 avviene l’affiliazione alla FIFA. La Nazionale a stelle e strisce partecipa alla fase finale del Mondiale nel 1930, nel 1934 e nel 1950. In Uruguay si classifica al terzo posto, in Italia viene eliminata dagli azzurri agli ottavi e in Brasile si toglie almeno la soddisfazione di battere l’Inghilterra. Quindi un lungo oblio fino ad Italia ’90. Il movimento calcistico vive una certa popolarità tra gli anni settanta e ottanta quando un pool di imprenditori costituisce una lega, la North American Soccer League (NASL), fatta di squadre spettacolari come il Cosmos di New York gestito dalla potente Warner che ingaggia addirittura Pelè, Giorgio Chinaglia, Carlos Alberto, Franz Beckenbauer e Neeskens. I dollari americani attirano una parata di stelle da ogni parte del pianeta. Calcano i campi in sintetico statunitensi pure Gerd Muller, Rudi Krol, Johan Cruijff, Rensenbrink, George Best, Eusebio e Roberto Bettega. L’adattamento ad una mentalità che privilegia il lato esteriore e commerciale a quello sportivo non risulta tanto facile. I club non hanno radici e un seguito di pubblico sedimentato nel tempo, cambiano sede a seconda dei passaggi del pacchetto azionario. Ecco che così, una volta esauritasi la curiosità iniziale, il soccer entra in crisi profonda. Nel 1984, quando il business non è più remunerativo, la NASL si scioglie. E la rappresentativa nazionale rimane sempre nel limbo di un improduttivo dilettantismo.

 

In quegli anni decolla tuttavia l’idea di portare negli USA il Campionato del Mondo. In questo caso non serve una tradizione, bisogna essere solo efficienti e avere sponsor per gestire al meglio l’evento. La FIFA accoglie la richiesta e decide di aprire una nuova frontiera spostando l’asse che finora aveva visto scegliere la sede in un’alternanza tra Europa e Sudamerica. E’ una vittoria del vecchio segretario di stato Henry Kissinger che annuncia al mondo il 4 luglio 1988 quella che sarà l’edizione del 1994 che si terrà negli Stati Uniti dal 17 giugno al 17 luglio. Diverse sono le novità: i tre punti a vittoria, i nomi sulle maglie degli atleti, le divise colorate degli arbitri, la panchina che ospita l’intera rosa, le nuove regole che prevedono il divieto del retropassaggio all’indietro al portiere e l’espulsione diretta dell’estremo difensore qualora tocchi il pallone con le mani fuori dall’area di rigore. 147 sono i paesi che si iscrivono alle qualificazioni. Non riescono ad arrivare alla fase finale l’Inghilterra, la Danimarca campione d’Europa, il Portogallo, la Polonia e la Francia. Non c’è la Jugoslavia dilaniata dalla guerra civile.

Come Italia ’90 anche questo non è un Mondiale spettacolare. E non può essere diversamente considerando che per esigenze televisive molte volte le squadre sono costrette a giocare a mezzogiorno, con temperature elevate e un’umidità fortissima e soffocante che sfiora quasi il 100 %. L’Italia, inserita nel gruppo E con Irlanda, Norvegia e Messico, disputa le sue prime gare a New York e soffre maledettamente sul piano fisico. Al timone dopo il terzo posto di quattro anni prima non c’è Azeglio Vicini, ma il ciclone Arrigo Sacchi. In Federazione è successo un vero e proprio terremoto. Il presidente Antonio Matarrese non ha gradito l’eliminazione ai rigori con l’Argentina e un anno dopo, non appena Vicini fallisce la qualificazione agli Europei in Svezia, dà il benservito dopo 54 match (32 vittorie, 15 pareggi e 7 sconfitte) al tecnico di Cesena. E il 18 ottobre 1991 consegna la navicella azzurra allo stratega di Fusignano. Di solito il commissario tecnico è sempre stato un uomo della FIGC, cresciuto nelle rappresentative giovanili e poi lanciato alla guida della Nazionale. L’unica eccezione era rappresentata da “MondinoFabbri.

A 45 anni Sacchi, ragioniere mancato e rappresentante di scarpe, catapultato a Coverciano dopo i trionfi con il Milan, intende trasformare l’Italia in una sorta di squadra di club. Non si sente un selezionatore e da allenatore stravolge le metodologie di lavoro. I calciatori pertanto sono sottoposti a sedute massacranti e a ripetuti stage per apprendere il modulo a zona, il 4-4-2 e le idee care ad Arrigo, fatte di pressing, aggressività, intensità e calcio totale. Il tecnico preferisce la tattica e lo spartito alla fantasia che deve essere disciplinata e va presto in conflitto con diversi elementi di spicco e di carisma della precedente gestione. Non vengono più convocati a poco a poco Zenga, Bergomi, Giannini, De Napoli, Schillaci e Vialli. Si punta sul blocco del Milan e sui vari Tassotti, Franco Baresi, Costacurta, Maldini, Donadoni ed Albertini. Fatica a trovare una collocazione Roberto Baggio, mentre il capocannoniere della Lazio Beppe Signori si ritrova dall’area di rigore confinato a dover fare un lavoro di copertura all’ala. Dall’esordio a Genova con la Norvegia del 13 novembre 1991 la Nazionale va avanti tra alti e bassi. La qualificazione ai Mondiali arriva attraverso due belle affermazioni sul Portogallo e tanti esperimenti. La stampa è divisa: c’è chi ama Sacchi e c’è chi lo detesta. Non si può trovare una via di mezzo. Prima della partenza per gli USA la preparazione viene effettuata a Milanello, nel quartier generale dei rossoneri. Il 6 giugno 1994 la squadra viene ricevuta a Roma dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che scherza: “Ci vediamo alla finale di Los Angeles, se non vincete vi ritiro il passaporto”.

In America i nostri alloggiano al “Somerset Hill Hotel” di Martinville. Il Mondiale per noi comincia in salita. All’esordio il 18 giugno al “Giants Stadium” di New York affrontiamo l’Irlanda che ci batte per 1-0. Il tiro di Houghton che sorprende Pagliuca lontano dai pali ci getta nello sconforto. Anche la seconda partita con la Norvegia il 23 giugno si mette davvero male. Pagliuca al 21’ tocca il pallone con un braccio fuori area e viene espulso. Sacchi per far posto a Marchegiani richiama in panchina Roberto Baggio che, incredulo, lascia il campo dicendo “Questo è pazzo”. La scena ripresa dalle telecamere fa il giro del mondo. In avvio di ripresa Baresi per un problema al ginocchio è costretto ad uscire e viene rilevato da Apolloni. Il capitano sarà operato al menisco a Manhattan e tornerà a tempo di record dopo tre settimane per la finale. In dieci dobbiamo vincere se non vogliamo dire addio alla competizione. Riusciamo a portarci in vantaggio al 69’ con un colpo di testa dell’altro Baggio, Dino. E’ una autentica sofferenza fino al termine. Il cuore degli azzurri è grande e il successo insieme con il pari nella terza partita il 28 giugno con il Messico (1-1, Massaro al 48’ e Bernal al 57’) ci proietta agli ottavi come una delle migliori terze. Che fatica. Altro che calcio champagne. Durante la sfida con i messicani l’Avvocato Gianni Agnelli conia un nuovo soprannome per Roberto Baggio che stenta a ritrovarsi: “coniglio bagnato”.

Negli altri gironi la Germania campione in carica dopo l’addio di Beckenbauer è affidata alle cure di Berti Vogts, ex assistente del Kaiser ad Italia ’90, e, sospinta dai gol di Klinsmann, conquista il primato vincendo a Chicago il 17 giugno con la Bolivia nella gara inaugurale, pareggiando con la Spagna il 21 e superando a Dallas il 27 giugno la Corea del Sud. Le attenzioni di tutti gli appassionati sono per l’Argentina di Basile che negli States ripresenta in campo Maradona. Dopo la squalifica per uso di cocaina a Napoli, i guai giudiziari, l’arresto, i problemi di salute e il ritorno al calcio nel Siviglia nel 1992, il “pibe” è al suo quarto mondiale. La FIFA lo vuole a tutti i costi come specchietto per le allodole per incentivare gli introiti pubblicitari e lui si presenta di nuovo in forma. Perde 13 chili. Torna a giocare nella Selecciòn il 31 ottobre 1993 dopo il suo compleanno nel doppio spareggio con l’Australia. Basile ha un progetto ambizioso. Messo da parte il modulo difensivista di Bilardo che comunque ha fruttato un titolo e un secondo posto, il trainer vuole provare a far coesistere in campo tutti i suoi assi in una sorta di 4-2-2-2. In avanti Batistuta e Caniggia, alle loro spalle Balbo e Maradona e a centrocampo Simeone e Redondo. Un festival del bel gioco che dà subito i suoi frutti. Diego si sente forte. Si porta dietro come massaggiatore personale perfino Salvatore Carmando, il masseur del Napoli suo inseparabile amico e portafortuna, come aveva fatto in Messico nel 1986. Appena arrivato in America il “Pelusa” spara a zero contro Havelange e Blatter: “Questa manifestazione è stata studiata in modo sbagliato. E’ assurdo che si giochi a mezzogiorno, in un clima che ti sottopone a uno sforzo inaccettabile, che può causare malori e drammi. Non accetto che i calciatori siano sfruttati”.

Il 21 giugno a Boston al “Foxboro Stadium” contro la Grecia il mondo assiste alla rinascita del campione tanto amato. L’Argentina gioca bene, anzi incanta e vince 4-0. Batistuta sigla una doppietta nel primo tempo. Nella ripresa al 60’ Maradona al termine di una bella azione corale mette di sinistro il pallone all’incrocio. E’ un gol dei suoi che festeggia correndo verso la telecamera. Nel suo viso trasfigurato c’è tutta la rabbia e la voglia di essere ancora vivo e protagonista. Batigol chiude il conto su rigore all’89’. Il numero 10 continua a trascinare i compagni il 25 giugno nel 2-1 sulla Nigeria. A fine partita ad attenderlo in campo c’è una infermiera grassoccia che lo prende per mano e lo conduce all’antidoping. Il 28 giugno in ritiro arriva la notizia come un fulmine a ciel sereno: Maradona è stato trovato positivo. Diego si chiude in lacrime nella stanza 127 del “Babson College” insieme con la moglie Claudia, il procuratore Marcos Franchi e Carmando. La sostanza sospetta è l’efedrina, assunta attraverso due dimagranti proibiti, il Natisol e il Desidex. Chi spera in un atto di clemenza è presto deluso. Viene sospeso e squalificato per un anno e mezzo. L’Argentina senza di lui perde 2-0 con la Bulgaria e viene eliminata agli ottavi dalla Romania di Hagi e Raducioiu. Qualche sospetto comunque su tutta la vicenda c’è. Maradona negli Stati Uniti è stato prima usato e poi scaricato? Possibile che pur sapendo di essere tenuto sotto osservazione dalla FIFA si sia fatto beccare come un pivellino? Può essere che qualcuno gli abbia promesso un’impunità che non ha mantenuto quando, dopo le prime due partite, la Selecciòn ha cominciato a fare paura alle altre pretendenti per il titolo? Complotto o no, questa brutta storia ha delle ricadute immediate sull’ex re. Che non si rialzerà facilmente da una simile mazzata. Tornerà su un campo di calcio un anno dopo con la maglia del Boca e si ritirerà dalle scene il 30 ottobre del 1997, giorno del suo trentasettesimo compleanno. Per cominciare la sua partita più importante. Contro la droga e il male di vivere. “Maradona giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto – scrive Eduardo Galeanola macchina del potere gliel’aveva giurata. Lui gliene cantava di tutti i colori e questo aveva il suo prezzo”.

Quello di Diego non è l’unico dramma di USA ’94. C’è chi ci rimette addirittura le penne. Stiamo parlando del 27enne difensore Andres Escobar. La sua Colombia, che ad Italia ’90 era stata una delle rivelazioni, non ripete le belle prove negli Stati Uniti e viene eliminata al primo turno. Contro gli americani, guidati da quel simpatico giramondo di Milutinovic, Escobar è uno dei colpevoli della sconfitta per 2-1 con un’autorete. Al ritorno in patria a Medellin nella notte tra il 1 e il 2 luglio davanti ad un ristorante viene freddato da sei colpi di pistola da un fanatico tifoso, Humberto Munoz Castro, un bracciante.

Nel girone del Brasile di Carlos Alberto Parreira invece la partita da ricordare è l’ultima, quella che si gioca a San Francisco tre le due eliminate Russia e Camerun. Finisce 6-1 per i sovietici. Il match registra due record: Roger Milla a 42 anni e 39 giorni è il giocatore più vecchio a segnare in una fase finale di un Mondiale; Oleg Salenko è il primo a realizzare cinque reti in un solo incontro del torneo iridato. L’attaccante russo sarà il capocannoniere della manifestazione con sei gol insieme con il bulgaro Stoichkov. La goleada non basta alla Russia per passare il turno. Agli ottavi ci vanno il Brasile e la Svezia che si ritroveranno in semifinale. Parreira, assistito in panchina dalla vecchia volpe Zagallo, ha costruito una squadra molto equilibrata che concede poco allo spettacolo e si basa sull’esperienza europea di tanti suoi interpreti come Dunga, Mazinho, Branco, Taffarel ed Aldair. In attacco raccoglie consensi la coppia Romario-Bebeto. Nel gruppo F passano Olanda, Arabia Saudita e Belgio. A Washington il 29 giugno, in Arabia Saudita-Belgio, Said Owairan segna partendo da metà campo il gol più spettacolare della kermesse con uno slalom che ricorda il “gol del secolo” contro l’Inghilterra di Messico ‘86.

Nel turno successivo il Brasile supera per 1-0 il 4 luglio ad Orlando nel Giorno dell’Indipendenza i padroni di casa che salutano i tifosi con una onorevole sconfitta di misura. La rete è di Bebeto. Leonardo, espulso dall’arbitro Quiniou per una gomitata a Tab Ramos, viene punito con quattro giornate di squalifica. Parreira rispolvera allora nel ruolo di terzino sinistro l’ex genoano Branco che sarà uno dei protagonisti del quarto titolo della Seleçao. Insieme con Brasile e Romania che batte, come detto, l’Argentina priva di Maradona, ai quarti accedono la Germania, la Spagna, la Svezia, l’Olanda e la Bulgaria.

Agli azzurri di Sacchi nell’ultimo incontro degli ottavi a Boston tocca la temibile Nigeria, prima nel gruppo D. Come nelle prime tre uscite non brilliamo. Gli africani vanno in vantaggio al 26’ con Amunike e controllano. Al 63’ Zola rileva Signori e dodici minuti dopo viene espulso per un intervento ritenuto falloso su Eguavoen. Sotto di una rete e in dieci uomini l’eliminazione sembra sicura. Quando il ct sta pensando in panchina a cosa mettere in valigia, a due minuti dalla fine, arriva il colpo a sorpresa del suo uomo migliore. Roberto Baggio, che finora non era riuscito ad incidere, sale in cattedra nel momento decisivo. Mussi va via sulla destra, vince un contrasto in area e mette il pallone in mezzo, il “divin codino” con il destro di precisione infila la palla tra palo e portiere, il gigante Rufai. E’ la fine di un incubo. L’Italia si scuote e nei tempi supplementari finalmente si mette a giocare, facendo valere la maggiore caratura tecnica. Al 102’ Benarrivo viene steso da Eguavoen in area e l’arbitro, il messicano Brizio Carter, decreta il rigore. Dal dischetto Baggio non sbaglia. Finiamo in nove, perché Mussi è stremato per via dei crampi. Ma siamo ai quarti.

Da questo momento il fuoriclasse della Juventus, come era accaduto a Paolo Rossi in Spagna nel 1982, diventa il nostro trascinatore. Nei quarti a Boston il 9 luglio giochiamo una gara di notevole temperamento contro le furie rosse di Clemente. Tra i pali il ct ridà fiducia a Pagliuca che ritorna dalla squalifica. Vinciamo 2-1. Segna Dino Baggio con un destro potente al 25’, pareggia Caminero al 58’ con la complicità di una deviazione di Benarrivo. Pagliuca compie il miracolo all’82’ su Salinas e a due minuti dal termine, come con la Nigeria, in contropiede Roberto Baggio, ben servito da Signori, entra in area, supera Zubizarreta e da posizione defilata riesce a centrare la porta. L’arbitro Puhl concede un recupero lunghissimo. Negli ultimi istanti concitati Tassotti rifila un colpo proibito a Luis Enrique. Nessuno se ne accorge, nonostante l’attaccante spagnolo sia una maschera di sangue. Ci pensa la FIFA a punire il difensore, dopo aver esaminato i filmati televisivi, con otto turni di squalifica.

Il 13 luglio in semifinale si torna al “Giants Stadium” di New York dove affrontiamo la Bulgaria che ai quarti ha eliminato la Germania. E’ un altro 2-1. Giochiamo un primo tempo super e Baggio in coppia con Casiraghi con una doppietta ci regala la quinta finale della nostra storia. Al 20’ su una rimessa laterale di Donadoni il trequartista riceve palla, supera due uomini, si accentra e con un destro a giro fulmina Mikhailov. Cinque minuti dopo Albertini con un pallonetto calibrato lo pesca in area, Baggio scatta e mette la palla in diagonale dove il portiere non può arrivare. Al 44’ Stoichkov accorcia le distanze su rigore. Sacchi alla fine può tirare un sospiro di sollievo. La previsione di Berlusconi è stata rispettata. C’è solo qualche preoccupazione per le condizioni del fantasista di Caldogno, uscito al 71’ per una sospetta contrattura al quadricipite della coscia destra.

Dall’altra parte del tabellone accede all’ultimo atto il Brasile. Non accadeva dal 1970, da quel 4-1 rifilato allo stadio “Azteca” proprio all’Italia. Ai quarti i verdeoro a Dallas battono l’Olanda per 3-2. In vantaggio per 2-0 con Romario e Bebeto (che lancia una nuova moda celebrando la rete realizzata cullando idealmente il suo bambino appena nato), i brasiliani vengono raggiunti da Berkgamp e Winter. Il punto decisivo è di Branco con una delle sue micidiali punizioni calciate colpendo il pallone con le ultime tre dita del piede sinistro sulla valvola per disegnare traiettorie imprevedibili. La semifinale il 13 luglio a Los Angeles con la Svezia, che ha eliminato ai rigori la Romania, è molto equilibrata. Decide Romario a dieci dal termine con uno dei suoi guizzi. Gli scandinavi di Svensson chiudono al terzo gradino del podio in virtù di un perentorio 4-0 sui bulgari nella finale di consolazione. E’ il migliore risultato dopo il secondo posto del 1958.

Al “Rose Bowl” di Pasadena, nei pressi di Los Angeles, il 17 luglio scendono in campo due squadre stanche in un’afa pazzesca. Di fronte sei titoli mondiali. Chi ha la meglio diventa la Nazionale ad aver vinto di più nella storia della Coppa del Mondo, superando la Germania. L’arbitro è l’ungherese Sandor Puhl, lo stesso di Italia-Spagna. Sacchi perde Costacurta per squalifica e recupera Baresi che gioca una partita sontuosa, eroica. Baggio non è al meglio e si vede. Il suo partner è Massaro. Signori, che alla vigilia si rifiuta di fare il mediano, resta fuori. Dopo pochi minuti sono costretti ad alzare bandiera bianca per infortunio Jorginho e Mussi. Entrano Cafù, il futuro “pendolino” della Roma, e Apolloni. Le emozioni sono pochissime. Sui taccuini degli addetti ai lavori nei tempi regolamentari ci sono un’azione di Bebeto, un tiro di Massaro parato a terra da Taffarel e una bordata di Mauro Silva che Pagliuca non trattiene e che finisce sul palo. Nei supplementari Romario da pochi passi non sfrutta un assist di Cafù. Poi Roberto Baggio scambia con Massaro e davanti a Taffarel non riesce a dare forza alla conclusione. Lo 0-0 non si sblocca. Per la prima volta dal 1930 la Coppa viene assegnata tra crampi e sbadigli dal dischetto. Come ad Italia ’90 i rigori sono fatali ai nostri. Subito Baresi calcia altissimo e Marcio Santos si fa parare il tiro da Pagliuca; quindi segnano Albertini, Romario, Evani e Branco. Massaro, l’uomo della provvidenza nel Milan, sbaglia; Dunga no. L’ultimo rigore per l’Italia è affidato a Roberto Baggio. Taffarel è spiazzato, ma il pallone vola oltre la traversa. Il Mondiale finisce non come speravamo.

I brasiliani, tetracampeao, dedicano la vittoria al loro idolo Ayrton Senna, tragicamente scomparso il 1 maggio ad Imola in un incidente durante il Gran Premio di San Marino di F1. In panchina per ripararsi dal sole di Pasadena, mentre Dunga riceve il trofeo dal vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore, c’è un giovanissimo Ronaldo che ha vissuto la manifestazione ai margini per fare esperienza. D’altra parte non era facile a diciassette anni togliere il posto ad uno degli attaccanti titolari. Non lo avrebbe consentito di certo Romario, “o baixinho”, il bassetto, talento indiscusso dotato di tecnica sopraffina, di velocità, di una lingua tagliente e di un carattere spigoloso. La punta ha un senso degli affari pari almeno a quello del gol, considerando che, dopo gli anni d’oro con Vasco da Gama, Psv Eindhoven, Barcellona, Flamengo e Valencia, gira il pianeta alla ricerca di un ingaggio a suon di dollari finendo in Qatar, negli USA e in Australia. Darà l’addio al calcio a 42 anni dopo aver sfondato nel 2007 il muro delle 1000 reti, diventando il terzo marcatore di tutti i tempi in Brasile dietro Pelè e Friedenreich, un asso del primo dopoguerra. Con i suoi cinque centri in America Romario si aggiudica il premio come miglior giocatore della rassegna.

Lacrime copiose solcano invece il volto di Franco Baresi che viene consolato da Sacchi e dal nostro dirigente accompagnatore e team manager Gigi Riva. Anche a lui il Brasile, come a Messico ’70, per uno strano scherzo del destino ha tolto di nuovo la gioia del trionfo. Il capitano che ha vinto tutto con il Milan non riesce ad essere felice con la maglia azzurra. Dopo il Mundial vissuto in Spagna all’ombra di Gaetano Scirea e il terzo posto di Italia ’90 è l’ennesima delusione. Bearzot per la verità non lo vede come difensore e non lo convoca in Messico nel 1986 preferendogli Tricella e il fratello Beppe. Con Vicini e Sacchi è titolare inamovibile. Gioca la sua ultima partita in Nazionale a 34 anni il 7 settembre 1994 contro la Slovenia. In totale vanta 81 presenze e 1 rete. Lascia a 37 anni al termine della stagione 96/97. In suo onore i rossoneri ritirano la maglia numero 6. Baggio è attonito e guarda a capo chino il terreno. Non era lui in finale. Qualche maligno dirà che è sceso in campo solo per le pressioni degli sponsor. Certo, senza quel problema al quadricipite, contro una Seleçao così modesta, chissà come sarebbe andata a finire. La celebre fortuna di Sacchi purtroppo ha esaurito la sua spinta proprio nel momento meno opportuno.

Fabrizio Prisco

 

 

La finale: Pasadena, 17 luglio 1994

BRASILE – ITALIA 3-2 ai rigori (0-0 dts)

BRASILE: Taffarel, Jorginho (20’ Cafu), Branco, Mauro Silva, Aldair, Marcio Santos, Mazinho, Dunga (cap.), Romario, Zinho (106’ Viola), Bebeto. Allenatore: Parreira

ITALIA: Pagliuca, Mussi (34’ Apolloni), Benarrivo, Albertini, Maldini, Baresi F. (cap.), Donadoni, Baggio D. (95’ Evani), Massaro, Baggio R., Berti. Allenatore: Sacchi

ARBITRO: Puhl (Ungheria)

SEQUENZA RIGORI: Baresi F. (I) alto, Marcio Santos (B) parato, Albertini (I) gol, Romario (B) gol, Evani (I) gol, Branco (B) gol, Massaro (I) parato, Dunga (B) gol, Baggio R. (I) alto

SPETTATORI: 94.154

Capocannonieri: Salenko (Russia) e Stoichkov (Bulgaria), 6 reti

 

 

 

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