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Sudafrica 2010 - A scuola di "tiqui-taca" con la Roja

 

 

manifesto 2010  Spagna 2010 

 

C’era una squadra che non vinceva mai. Stiamo parlando della Spagna. Nel corso del Novecento tanti campioni hanno vestito la casacca della Roja: da Pichichi a Zamora, da Di Stefano a Suarez, da Kubala a Puskas, da Amancio a Gento, da Santillana a Butragueno. Eppure fino a poco tempo fa nella bacheca delle furie rosse c’era un solo trofeo: la Coppa Europa vinta nel 1964 battendo per 2-1 a Madrid l’URSS di Jascin con un gol di Marcelino a sei minuti dal termine e con Josè Villalonga in cabina di pilotaggio. Nel 1984 sempre nella finale dell’Europeo la truppa di Munoz si era arresa alla Francia di Platini. Nel 1982 anche il Mondiale organizzato in casa era stato un fiasco. La cosa è ancora più assurda se si pensa che mentre la Nazionale stentava, i due club più importanti, il Real Madrid e il Barcellona, fin dagli anni cinquanta venivano considerati un modello in campo internazionale, specialmente le merengues.

L’incantesimo viene rotto nel 2008 da un uomo, Luis Aragones, ex calciatore ed allenatore dell’Atletico Madrid. Che approda sulla panchina della Spagna nel 2004 e piano piano plasma una formazione spettacolare che costruisce le sue fortune su un gioco fatto di possesso palla, sovrapposizioni dei terzini, improvvise verticalizzazioni e tanta qualità. La ragnatela di passaggi rasoterra per vie orizzontali svolti con estrema calma prende il nome di “tiqui-taca”, espressione coniata dal telecronista Andrès Montes al Mondiale 2006 durante Spagna-Tunisia. Lo scopo è quello di stancare l’avversario che è costretto a rincorrere il pallone ed ha meno tempo per costruire azioni. Molte volte il modulo, un 4-2-3-1 o un 4-1-4-1, prevede l’utilizzo di un “falso nueve” in attacco, un centrocampista offensivo di ruolo cioè capace di inserirsi dalle retrovie e non dare riferimenti. Qualcuno considera il “tiqui-taca” l’evoluzione latina del “calcio totale” dell’Olanda del 1974 di Rinus Michels. La differenza sta nel fatto che il gioco degli orange era basato sul continuo movimento, sull’assenza di ruoli specifici e sull’esplosività fisica di atleti completi come Cruijff o Neeskens, mentre il laboratorio di Aragones e poi di Del Bosque in Nazionale e di Guardiola nel Barcellona si adatta sulla natura “fine” dei suoi interpreti. Piuttosto che i calciatori, con il “tiqui-taca” è il pallone a muoversi senza sosta con transizioni lente e passaggi corti ed è sempre tra i piedi di piccoletti come Xavi, Iniesta, Pedro o Fabregas.

Aragones vince il Campionato d’Europa nel 2008 battendo in finale la Germania con un gol di Fernando Torres, dopo aver eliminato l’Italia di Donadoni ai rigori ai quarti di finale e la Russia in semifinale. Quindi lascia il testimone a Vicente Del Bosque, ex “conducador” del Real Madrid per andare ad allenare in Turchia il Fenerbahçe. Del Bosque, che con il Real tra il 1999 e il 2003 ha conquistato due titoli nazionali, una Supercoppa di Spagna, due Champion’s League, una Supercoppa Europea e una Coppa Intercontinentale, in vista dei Mondiali nel Sudafrica di Nelson Mandela, cambia poco e perfeziona il lavoro del suo predecessore. Il motore del Barcellona viene impiantato nella Nazionale. L’unica differenza con l’Europeo è un Fernando Torres che non gira per problemi fisici e il trainer risolve la questione avanzando David Villa, capocannoniere con 5 reti insieme con il tedesco Muller, l’olandese Sneijder e l’uruguaiano Forlan, o inserendo a turno Pedro e Fabregas.

La forza della Spagna in ogni caso non è esclusivamente il possesso palla, ma è anche una difesa ermetica che prende appena due reti come l’Italia nel 2006. Davanti a Casillas ci sono al centro i blaugrana Piquè e Puyol e sulle fasce il madridista Sergio Ramos e l’esterno del Villareal Capdevila. Gli schermi in mediana sono Busquets e Xabi Alonso, mentre Xavi e Iniesta hanno il compito di creare e di sfornare assist per Villa, Pedro, Silva, Torres e Fabregas. Una squadra insomma unica nel suo genere. Troppo forte per qualsiasi tipo di avversario in questo momento. Tanto da vincere il Mondiale nel 2010 e di rivincere l’Europeo nel 2012 in Polonia e Ucraina battendo in finale per 4-0 l’Italia di Prandelli. Da eterna incompiuta a tre trofei in quattro anni. Una vera e propria scorpacciata per la Roja.

Il Mondiale che si gioca per la prima volta in Africa, tra paesaggi mozzafiato, stadi avveniristici e coloratissimi, i suoni delle vuvuzela, il “Waka Waka” di Shakira e i “bafana bafana”, non comincia bene per la Spagna che all’esordio a Durban il 16 giugno viene sconfitta per 1-0 dalla Svizzera. Il gol è di Fernandes al 52’. Poi si scatena Villa che nelle manifestazioni che contano non delude mai e mette le cose a posto. Segna le due reti al 17’ e al 51’ nel successo sull’Honduras il 21 giugno a Johannesburg e apre le marcature al 24’ contro il Cile il 25 giugno a Pretoria. La gara finisce 2-1 per le furie rosse che passano al primo posto del girone a quota sei come i sudamericani di Bielsa. Gli altri gol sono di Iniesta al 37’ e di Millar al 47’.

Tra i favoriti per il titolo insieme con la Spagna ci sono l’Argentina allenata da Maradona e il Brasile di Carlos Dunga. Il “pibe de oro” mette in campo una Selecciòn ultra-offensiva con Mascherano unico filtro e tutti insieme Maxi Rodriguez o Veron, Di Maria, Messi, Higuain e Tevez. Diego si coccola la “pulceMessi e spera che il numero dieci del Barcellona possa ripercorrere in Sudafrica le sue gesta. Ma di Maradona ce n’è uno e Messi per l’ennesima volta con la maglia dell’Argentina deluderà. Di tutt’altro avviso Dunga che presenta un Brasile accorto e poco effervescente. Nella Seleçao davanti alla difesa ci sono Gilberto Silva e Felipe Melo; in mezzo dietro al “fabulosoLuis Fabiano, Kakà non incide più di tanto. Meglio Elano e Robinho. Argentina e Brasile vincono i rispettivi gironi in maniera agevole. I biancocelesti battono nell’ordine Nigeria (1-0, Heinze al 6’), Corea del Sud (4-1) e Grecia (2-0, Demichelis al 77’ e Palermo all’89’). Il mattatore è Higuain che realizza il 17 giugno a Johannesburg una tripletta contro i coreani. I carioca hanno la meglio su Corea del Nord (2-1, 55’ Maicon, 72’ Elano, 89’ Ji Yun-Nam) e Costa d’Avorio (3-1, 25’ e 50’ Luis Fabiano, 62’ Elano, 79’ Drogba) e pareggiano 0-0 a Durban il 25 giugno con il Portogallo di Queiroz.

Nella prima fase si capisce subito di che pasta sono fatte le outsiders Uruguay, Germania e Olanda. Tutte e tre vincono e convincono pubblico e critica. Il maestro Tabarez riporta in alto gli uruguaiani, che non arrivavano in semifinale da Messico ’70, grazie ad un trio offensivo extralusso composto da Suarez, Forlan e Cavani. Loew senza Ballack punta tutto su Muller e Ozil dietro il duo d’attacco Klose-Podolski e la scelta paga. Van Marwijk rompe con la tradizione orange e crea una compagine molto compatta, straripante dalla trequarti in su con Sneijder, Kuyt, Van Persie e un Robben a mezzo servizio che rientra solo nella terza partita con il Camerun, e con una mediana d’acciaio dove fanno da diga Van Bommel e De Jong.

Male le due finaliste del 2006, l’Italia e la Francia, il Sudafrica padrone di casa e l’Inghilterra di Fabio Capello. Gli azzurri, i transalpini e i “bafana bafana” clamorosamente non approdano neanche agli ottavi di finale. Inseriti in un girone sulla carta semplice con Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia, i nostri cominciano pareggiando 1-1 il 14 giugno a Città del Capo con i Paraguaiani. Le reti sono di Alcaraz al 39’ e di De Rossi al 63’. All’inizio della ripresa Buffon non rientra per un problema alla schiena. Al suo posto ci sarà per tutte e tre le partite il cagliaritano Marchetti. Nella seconda uscita a Nelspruit il 20 giugno con i Neozelandesi rimediamo ancora un 1-1 in rimonta (7’ Smeltz, 29’ su rigore Iaquinta). Ci giochiamo tutto contro la Slovacchia di Kucka e Hamsik il 24 giugno a Johannesburg ed è una “Caporetto” inattesa. Perdiamo 3-2 dopo una miriade di occasioni sprecate per sfortuna e imprecisione. Vittek ci rifila una doppietta al 25’ e al 73’, Di Natale ci fa sperare all’81’. All’85’ Quagliarella pareggia, ma l’arbitro inglese Webb annulla per un fuorigioco millimetrico. Negli ultimi istanti, durante il nostro forcing confuso, all’89’ Kopunek, sugli sviluppi di una rimessa laterale, beffa Cannavaro e Chiellini e con un pallonetto infila Marchetti. Il 3-1 è una mazzata. A nulla serve al 92’ la giocata di Quagliarella che accorcia di nuovo le distanze. I debuttanti Slovacchi si qualificano insieme con il Paraguay. L’Italia disputa il suo peggior Mondiale della storia, fuori al primo turno come nel 1974 e senza vincere nemmeno una gara.

Colpa di un Marcello Lippi in confusione che, tornato sulla panchina della Nazionale dopo l’esperienza di Donadoni agli Europei del 2008, non riesce a trovare la quadratura tattica del cerchio e si perde in mille esperimenti. La squadra non gira, è incerta in difesa e sterile in attacco. In più alcune scelte come Marchisio o Gattuso impiegati sulla fascia sono davvero incomprensibili. Tardivo il ricorso a Quagliarella. Il tecnico, “il più bel prodotto di Viareggio dopo Stefania Sandrelli” secondo l’Avvocato Agnelli, lascerà al termine della spedizione la panchina a Cesare Prandelli. Dopo i due cicli con la Juventus che gli hanno regalato cinque scudetti, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, una Champion’s, una Supercoppa Europea e una Coppa Intercontinentale e la vittoria mondiale di Berlino nel 2006, Lippi andrà a cercare fortuna in Cina firmando un contratto il 17 maggio del 2012 con il Guangzhou Evergrande, club della Chinese Super League. E anche in Asia vincerà al primo colpo campionato, Coppa nazionale e la AFC Champion’s League contro i sud coreani del Football Club Seoul. Saluta pure il capitano Fabio Cannavaro dopo 136 presenze, un record che sarà battuto l’11 ottobre del 2013 a Copenaghen contro la Danimarca da Buffon che diventerà l’attuale primatista nella speciale graduatoria degli “Alfieri” in maglia azzurra. Dopo aver vestito le maglie di Napoli, Parma, Inter, Juventus e Real Madrid, il difensore chiuderà la sua avventura a Dubai nell’Al Ahli, team degli Emirati Arabi.

La Francia di Domenech fa peggio e con Uruguay (0-0), Messico (0-2) e Sudafrica (1-2) raccoglie un punto soltanto. Alcuni giocatori si schierano pubblicamente contro il ct in una sorta di ammutinamento senza precedenti. E’ la fine della grandeur. Anelka non punge, così come Ribery, Gourcuff e Govou. L’unico che prova a predicare nel deserto è Malouda. Nello stesso raggruppamento dei francesi il Sudafrica di Parreira ha poco coraggio e scarsa esperienza e, nonostante il supporto e la spinta del pubblico, viene eliminato con 4 punti, gli stessi del Messico che però è messo meglio nella classifica avulsa.

I leoni di Fabio Capello infine arrivano al Mondiale con la stessa speranza di ben figurare. Tuttavia la difesa, priva di Ferdinand, fa acqua da tutte le parti e Gerrard e Lampard non riescono a proteggere come dovrebbero un undici che negli ottavi a Bloemfontein il 27 giugno si sbriciola davanti alla straripante Germania che si impone per 4-1. In questa partita c’è un giallo, un gol fantasma come quello di Hurst nel 1966. Stavolta quello di Lampard, con il pallone che sbatte sulla traversa e supera abbondantemente la linea di porta, non viene convalidato. Sarebbe stato il temporaneo 2-2. Nelle altre gare degli ottavi la Spagna batte il Portogallo a Città del Capo il 29 giugno con una rete di Villa al 63’, l’Uruguay la Corea del Sud, l’Olanda la Slovacchia, il Brasile il Cile, l’Argentina il Messico, il Paraguay ai rigori il Giappone e il Ghana ai tempi supplementari gli Stati Uniti.

Ai quarti arrivano tutte le grandi rimaste in gioco. Il tabellone prevede incontri molto interessanti. Brasiliani e Argentini tornano a casa, sconfitti da Olanda e Germania. I tulipani il 2 luglio a Port Elizabeth rimontano con una doppietta di Sneijder al 53’ e al 68’ il gol iniziale di Robinho al 10’. Maradona il 3 luglio a Città del Capo assiste ad una disfatta dei suoi ragazzi che ne prendono quattro dai panzer. Le reti sono di Muller al 3’, di Klose al 68’ e all’89’ e di Friedrich al 74’. La Federazione albiceleste gli toglierà la guida della Nazionale, ma in patria la gente accorre numerosa all’aeroporto di Buenos Aires per omaggiare il “pibe” per quanto fatto comunque in Sudafrica. La stima e l’amore del popolo nei suoi confronti è intatta. Con la doppietta rifilata al povero Romero, Klose raggiunge a quota 14 Gerd Muller tra i top scorer dei Mondiali di ogni tempo ed è ad una sola lunghezza da Ronaldo. L’Uruguay è più bravo e fortunato del Ghana nei tiri dal dischetto, mentre la Spagna a Johannesburg con un guizzo di Villa all’83’supera il Paraguay e accede alle semifinali dove trova la Germania. E’ la rivincita dell’ultimo atto di Euro 2008. I novanta minuti a Durban terminano come a Vienna, cioè con la vittoria delle furie rosse per 1-0. E’ Puyol al 73’ a consegnare alla Spagna la finale mondiale. Uruguay-Olanda a Città del Capo è un incontro ricco di reti ed emozioni. Sneijder trascina i compagni ed entra nel tabellino dei marcatori al 70’. A segno vanno anche Van Bronckhorst al 18’, Forlan al 41’, Robben al 74’ e Maxi Pereira al 92’. L’undici di Van Marwijk vince 3-2 e sfida a Johannesburg l’11 luglio la Roja. In palio il titolo più importante tra due squadre che lo hanno sempre sognato e mai conquistato. Per l’Olanda è la terza finale dopo quelle del 1974 e del 1978. In quella di consolazione la Germania supera 3-2 l’Uruguay.

Prima dell’inizio un momento toccante commuove gli 84.000 del “Soccer City Stadium”. Il 92enne Nelson Mandela, l’uomo che ha lottato una vita intera per cambiare il suo paese e per combattere il razzismo e l’apartheid, entra in scena per ringraziare il mondo intero. Madiba non ha potuto partecipare alla cerimonia inaugurale per un lutto familiare improvviso. Per la finale ha voluto esserci. Una scena che ci riporta indietro al 1995 e alla Coppa del Mondo di Rugby organizzata e vinta dal Sudafrica contro gli All Blacks con la sua benedizione come racconta il superbo film “Invictus” di Clint Eastwood, con Morgan Freeman nelle vesti di Mandela e Matt Damon in quelle del capitano degli Springboks Francois Pienaar. L’ex Presidente morirà il 5 dicembre del 2013.

Spagna e Olanda si danno battaglia sul filo dei nervi. Lo spettacolo può attendere. Troppo alta la posta in palio. Webb ha il suo da fare e sventola ben quattordici cartellini gialli. I tempi regolamentari non bastano. Ai supplementari viene espulso al 109’ per doppia ammonizione Heitinga. Robben ha un paio di occasionissime, ma si fa ipnotizzare da Casillas. Quando tutti si attendono ormai i calci di rigore al 116’ del secondo tempo supplementare Iniesta buca Stekelenburg con un gran diagonale, sfruttando un assist del neo entrato Fabregas. La mezzala del Barcellona esulta mostrando una maglietta in ricordo di Dani Jarque, calciatore dell’Espanyol deceduto nel 2009 in un hotel di Firenze mentre era in ritiro. La Spagna è campione del mondo con quattro 1-0 consecutivi e Casillas può alzare al cielo la Coppa baciata e accarezzata per l’ultima volta a bordocampo da un sorridente Cannavaro in un toccante passaggio di consegne prima del rituale degli inni. Il polpo Paul, che per un mese intero dall’acquario di Oberhausen in Germania ha azzeccato i pronostici delle gare della Nazionale tedesca, aveva previsto anche questo.

Fabrizio Prisco

 

 

La finale: Johannesburg, 11 luglio 2010

OLANDA – SPAGNA 0-1 dts

OLANDA: Stekelenburg, Van der Wiel, Heitinga, Mathijsen, Van Bronckhorst (cap.) (105’ Braafheid), Van Bommel, De Jong (99’ Van der Vaart), Robben, Kuijt (71’ Elia), Sneijder, Van Persie. Allenatore: Van Marwijk

SPAGNA: Casillas (cap.), Sergio Ramos, Piquè, Puyol, Capdevila, Busquets, Xabi Alonso (87’ Fabregas), Xavi, Pedro (60’ Jesùs Navas), Iniesta, Villa (106’ Torres). Allenatore: Del Bosque

ARBITRO: Webb (Inghilterra)

RETE: 116’ Iniesta (S)

SPETTATORI: 84.490

NOTE: espulso al 4’ del secondo tempo supplementare Heitinga (O) per somma di ammonizioni

Capocannonieri: Villa (Spagna), Muller (Germania), Sneijder (Olanda), Forlan (Uruguay), 5 reti

 

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