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30 Mag 2014, 17:56
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Album dei Mondiali - Spagna '82

la coppa del mondo spagna 82Le immagini del Mundial di Spagna ’82 sono diventate, anche per chi ancora non c’era, icone della nostra storia recente. L’urlo di Tardelli, Paolo Rossi inginocchiato ad omaggiare Eupalla[1], le braccia di Zoff che stringono la Coppa, il volto gioioso del Presidente Pertini, lo “scopone scientifico” sull’aereo del ritorno a Roma; tutte rappresentazioni di una vittoria, dell’affermazione di un paese che rinasceva dalle ceneri degli “Anni di Piombo”, del terrorismo, della guerra fratricida, e che si accingeva a vivere un momento di splendore e prosperità. Che poi questo porterà a vivere al di là dei nostri mezzi, con conseguenze che ancora oggi paghiamo pesantemente, è un’altra storia…

Come al solito qui vogliamo raccontare di immagini più private, tratte dall’album personale dei ricordi.

E allora cominciamo dalla sequenza di immagini che ritraggono un soggiorno con annesso televisore che progressivamente si popola. Si tratta ovviamente del soggiorno di casa mia. L’esordio con la Polonia vede un solo spettatore, alla fine abbastanza rincuorato. mondiali 82La seconda col Perù vede 2 spettatori e un senso di scoramento finale dopo una condotta di gara molle e pavida. Alla terza col Camerun ci sono 3-4 tifosi, colti alla fine in un atteggiamento di ilare scetticismo. Con l’Argentina eravamo in 5, tra cui un amico con l’aria da santone indiano e totalmente digiuno di calcio (almeno a suo dire); ci sono 2 foto: una, prima della gara, in cui noi presunti competenti abbiamo l’aria scettica e lui presunto incompetente che si dichiarava fiducioso, l’altra, a fine partita, in cui tutti sembriamo aver recuperato la speranza, forse ancora flebile, ma pur sempre viva. Per la partita decisiva col Brasile siamo già parecchi, qualcuno speranzoso, altri, come me, votati al martirio. Ad assistere alla semifinale con la Polonia eravamo tanti, tutti baldanzosi e convinti che oramai nessuno potesse fermarci.

gli azzurri esultano ai mondiali 82Per la finale con l’eterna Germania, il mio soggiorno era ufficialmente la dependance del Santiago Bernabeu. Non c’erano neanche posti in piedi e credo che fosse presente anche qualcuno che non avevo mai visto né conosciuto. Ci sono diverse foto che raccontano quella serata. La prima ritrae volti fiduciosi, speranzosi ma anche timorosi: la Germania c’è sempre e fa sempre paura, sono tosti, non mollano mai. Ma ce la possiamo fare. La seconda è meravigliosa: c’è mia moglie che, con atteggiamento snobbistico, stava studiando nella stanza accanto mentre di qua infuriava la bagarre; al momento del rigore per l’Italia, quando Cabrini si porta sul dischetto, lei caccia la testa nella stanza e dice laconicamente: «È rigore? Tanto lo sbaglia…»; è così fu, per la prima e unica volta nella storia delle finali mondiali. La foto successiva raffigura gli improperi lanciati nei confronti della malcapitata (che, obiettivamente, se l’era cercata…). Le foto che seguono sono quelle della gioia pazza e incontrollabile dopo ogni rete e soprattutto dopo quella del 3-0 che sancì la vittoria definitiva.Pertini esulta dopo la vittoria

E allora, vai col carosello! C’è da specificare che, in quel Mundial, i caroselli furono 2. Ci fu quello, ovvio e proverbiale, dopo la vittoria finale; ma prima ci fu quello del tutto spontaneo e perciò più fragoroso, che seguì la vittoria, imprevista e imprevedibile, sul “Magno” Brasile, come lo chiamava il Maestro Gianni Brera.

Perché, bisogna ammetterlo per onestà intellettuale, nessuno sano di mente avrebbe potuto mai pronosticare una vittoria su quel Brasile. Non so se sia stato il più forte di sempre; ci sarà sempre chi sosterrà che gli era superiore quello del ’70, o anche quello del ’58. Io ricordo quell’edizione dei verde-oro meglio di tutte le altre e, per me, era una squadra semplicemente fantastica. Avevano qualche piccola pecca: il portiere Valdir Perez non era un fenomeno, il centravanti Serginho era potente ma decisamente modesto. Ma avevano un centrocampo il brasile ai mondiali 82da sogno, talmente forte che uno come Leo Junior, che nel Torino giocava da registra di centrocampo e fu eletto, nell’84/85, miglior giocatore dell’anno, era relegato al ruolo di terzino sinistro. Un centrocampo in cui, in un primo momento, stentava a trovare posto nientemeno che Paulo Roberto Falcão, il “divino”, “l’Ottavo Re di Roma”, colui che in qualsiasi nazionale del mondo avrebbe giocato titolare fisso fino a sessant’anni. Poi il CT Santana dovette per forza trovargli posto in una formazione che schierava, oltre a lui, fuoriclasse del calibro di Zico, Socrates, Cerezo, che praticava un gioco spettacolare e offensivo, un calcio che i giornali locali definivano futebol bailado. Quel Brasile, però, peccava, come al solito, di presunzione e per questo fu punito.

È vero, fu vittima di una serie irripetibile di congiunzioni astrali: l’enorme pressione psicologica cui fu sottoposta la nostra nazionale, che, pungolata nell’orgoglio, reagì in maniera veemente, il momento di apice della condizione fisica di tutti i nostri, la Paolo Rossicondizione di favoriti d’obbligo dei brasiliani, rafforzata dalla larga vittoria nella precedente partita con l’Argentina che gli consentiva di accontentarsi del pareggio, contrapposta alla loro naturale repulsione a giocare con un obiettivo diverso dalla vittoria. Ma l’evento più miracoloso fu senza dubbio la resurrezione di Paolorossi (come scriveva il suo nome Brera) che in un attimo recuperò lo smalto, l’astuzia, la prontezza, la rapidità, l’irritante opportunismo dei giorni migliori, che sembravano svaniti inesorabilmente. Pablito segnò 3 reti di pregio e rimandò a casa i campioni verde-oro, facendo sì che si ripetesse la maledizione del Maracanazo: gli basta il pareggio, giocarono tutta la partita per vincere, anche dopo aver acciuffato il 2-2, finirono col perdere, dando vita a un’altra sciagura nazionale: la Tragedia del Sarriá, dal nome dello stadio di Barcellona dove questa si consumò.

Con questa vittoria l’Italia diventerà Tri-Campeon Mundial, Paolo Rossi diventerà definitivamente “Pablito”, noi diverremo, e continueremo ad esserlo a lungo, la “bestia nera dei tedeschi” ed Enzo Bearzot assurgerà per sempre al ruolo che gli compete nella storia, quello di “Padre della Patria”.

Il ritorno in Italia da vincitori rilassati - partita a carte in aereoQuest’ultima è una storia emblematica del male profondo del giornalismo italiano: l’assoluta incapacità di approfondimento e di giudizio critico indipendente. Da qui discendono l’adesione acritica al partito della maggioranza, lo scandalismo di bassa lega, la ricerca della polemica sensazionale ad ogni costo, l’invidiabile prontezza nel salire sul carro del vincitore, la “faccia di bronzo” da primato nel rinnegare le posizioni precedenti.

Nei confronti del CT quasi tutta la stampa nazionale tenne un atteggiamento che, corroborato dalle incerte prestazioni della prima fase, superò abbondantemente il limite della decenza, del rispetto e della buona educazione. Si arrivò all’insulto personale, alla delegittimazione, fino a un vero e proprio linciaggio morale.

Salvo, poi, coprire di lodi l’intera squadra, a cominciare del CT, una volta che i risultati arrivarono, fino a raggiungere vomitevoli toni mielosi. In un riecheggiare di «Io lo dicevo…», «Si vedeva che la squadra c’era…», «A uno come Pablito non si può rinunciare», si inneggiava a Papà Enzo e ai suoi indomabili eroi che avevano prevalso sui più forti e riportato l’Italia sul “Tetto del Mondo”

L’ultima foto dell’album non c’entra niente col calcio, ma è legata in maniera indissolubile, nel mio ricordo, all’apoteosi del Mundial di Spagna. Un’altra festa popolare, che si sovrapponeva alla prima, incrementando sensibilmente l’euforia di quei giorni.copertina rolling stones

La più grande band di rock’n’roll di tutti i tempi era in tour in Europa. I Rolling Stones, che avevano già cavalcato con vigore i 2 decenni precedenti, vivevano un piccolo momento di crisi, più di rapporti interni che di popolarità. Quel tour era l’occasione per un rilancio in grande stile. Da noi la situazione era però particolare: i grandi road manager del rock internazionale avevano cancellato l’Italia dai loro programmi dal ’75, quando, in occasione della tournée di Lou Reed, i Palasport di Milano e Roma furono presi d’assalto e devastati al grido di: «Distruggeremo la musica, prodotto borghese» o perché l’organizzatore ebreo del concerto (David Zard) era considerato colpevole di essere un «torturatore nelle forze di Moshe Dayan»[2].

Quella era quindi l’occasione, per noi, del ritorno ai concertoni rock, per loro, di un rilancio in grande stile con enormi bagni di folla. Il caso volle che il primo concerto si svolse a Torino la sera stessa della finale del Bernabeu. E ovviamente il bagno di folla ci fu con Mick Jagger che salì sul palco vestito della bandiera tricolore e il giorno dopo, sempre a Torino, con la maglietta azzurra della Nazionale accompagnato sul palco dal neocampione Claudio Gentile.

concerto di napoli del 82 dei rolling stonesIo ero alla data di Napoli di 6 giorni dopo. Fu un vero e proprio happening popolare: il prato del San Paolo era pieno fin dalle 13,00; il palco sotto la curva nord era enorme, mai visto uno così grande; decine di migliaia di persone erano stese nel prato, giocavano a pallone o a frisbee, facevano la fila per passare completamente vestiti sotto gli erogatori d’acqua predisposti per alleviare il caldo insopportabile di metà luglio.

Poi arriva la sera, le 21,00, l’orario fatidico. Si accendono le luci del palco, si cominciano a sentire le note di Under My Thumb (video), la canzone scelta per aprire tutte le date del tour, il sipario si apre, compaiono, uno ad uno, Mick Jagger, Keith Richards, Ronnie Wood, Bill Wyman, Charlie Watts. Gli Stones sono sul palco, e inzia l’apoteosi…



[1] Eupalla era uno dei tanti neologismi coniati da Gianni Brera; stava a indicare il “Dio Pallone”. In una cronaca dei Mondiali, scrisse che Paolo Rossi, nel segnare il secondo gol alla Polonia nella semifinale, «si era inginocchiato ad omaggiare Eupalla» (la seconda foto di quest’articolo)

[2] Dayan fu Comandante in Capo dell’esercito israeliano, poi Ministro della Difesa e Ministro degli Esteri tra gli anni 60 e 70. Giocò sempre un ruolo determinante nei conflitti arabo-israeliani.

 

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