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08 Giu 2014, 12:05
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Album dei Mondiali - USA '94

logo usa 94I mondiali a stelle e strisce sono quelli della svolta: smettono di essere la più importante competizione dello sport più popolare che mette di fronte le più forti nazionali del mondo per convertirsi ufficialmente in potente veicolo di promozione del grande business mediatico. L'organizzazione smette di essere affidata a un paese di solide tradizioni calcistiche, rispettando la rigida alternanza Europa/America Latina, e viene consegnata a paesi calcisticamente vergini, che rappresentano potenziali importanti bacini di mercato. La designazione degli USA sancì definitivamente questa deriva, le cui prime piccole avvisaglie venivano da lontano; penso al fatto di giocare in Messico a 2.000 di altitudine a mezzogiorno per motivi esclusivamente televisivi (le 12,00 locali corrispondono alle 20,00 del nostro fuso orario). Qualche sparuto libero pensatore tentò di denunciare il pericolo, ma la massa di pecoroni dei media, obbedendo alla sua unica missione di ossequiare i potenti, tacque se non esaltò in qualche caso questa deriva scivolosa, che, progressivamente, ha portato all'assurdo dei mondiali 2022 in Qatar.

la gialappa's durante i mondiali usa 94Sfogliamo l’album e spuntano subito fuori le facce di Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci, alias la Gialappa’s Band. Per me quelli sono i loro mondiali. Conoscevo già come tanti le imprese e la irriverente genialità del trio grazie ad alcune trasmissioni televisive, prima fra tutte “Mai dire Gol”, che dal ’90 costituì una fucina inesauribile di creatività e rappresentò il trampolino per tantissimi personaggi che da lì lanceranno (o rilanceranno) la loro carriera; Teo Teocoli, Maurizio Crozza, Francesco Paolantoni, per fare solo qualche nome. Scoprii solo in occasione di quel mondiale la loro forza di radiocronisti, da cui, tra l’altro, erano partiti, grazie al fatto che, in quell’occasione, per la prima volta, fu la RAI a richiedere le loro prestazioni radiofoniche affidando loro il programma che si chiamò, guarda caso, “Rai dire Gol”. Un programma in cui si spandeva a profusione ironia e cazzeggio attraverso un commento irriverente delle partite dei mondiali, che riusciva nello scopo di smontare con tanto buongusto tutto l’architrave della sacralità del calcio, riportandolo a gioco e puro divertimento.

Beh, il mio mondiale si è svolto tutto con audio TV a zero e radio con sintonia fissa su RadioDue. Ho nella mente pochissime immagini delle partite, al di fuori di quelle dell’Italia, ma ricordo un grande spasso e un costante piacere. Onore al merito.

Continuiamo a scorrere le immagini e compare ancora il volto di Diego Armando Maradona. Ilmaradona ad usa 94 giocatore, ormai trentaquattrenne appare particolarmente tirato; nel fisico, asciutto e in forma come non mai, e nel volto, segnato dagli anni, dagli eventi, dalle prove superate e non.

Si diceva che la sua faccia sporca e quelle della sua Argentina poco erano gradite all’establishment mondiale del calcio (che invece, ricordiamo, non aveva esitato a inchinarsi al sanguinario gerarca Videla) e che i suoi guai non sarebbero finiti dopo Italia ’90. Ma allo stesso establishment servivano stimoli forti per risvegliare dal torpore i distratti americani cui, in fondo in fondo, di quel mondiale poco o nulla importava. Servivano personaggi forti, volti da copertina, gente capace anche di suscitare polemiche e quindi interesse.

E allora chi meglio di Diego “il Maledetto”? Dopo la squalifica per doping comminatagli in Italia, la FIFA gli consentì di rompere il contratto col Napoli e di riprendere a giocare col Siviglia, in cambio dell’assicurazione che avrebbe partecipato ai mondiali. Diego era in condizioni fisiche impresentabili, ma si rimette a lavorare aiutato da un pool di preparatori e qualche sostanza coadiuvante del dimagramento veloce. Perse molti chili e si presentò a USA ’94 tirato a lucido e alla guida di una squadra molto forte, costituita di un mix di reduci delle passate imprese e di nuovi innesti di gran classe: Batistuta, Simeone, Balbo, Redondo. Ma Diego era e resta un personaggio scomodo e non la manda a dire: spara a zero sull’organizzazione, sulle partite giocate a orari assurdi, sui giocatori usati come carne da macello. Qualcuno, nelle stanze del potere, comincia ad alzare il sopracciglio. Sia come sia, alla vigilia dell’ultima partita del girone eliminatorio Diego viene trovato positivo a un mix di sostanze derivate dall’efedrina, un cocktail che fu definito “il doping dei disgraziati, la bomba delle casalinghe depresse”, dei superdimagranti insomma. Ora, che le sostanze fossero presenti nelle urine di Diego è un fatto, chi gliele abbia somministrate in quella combinazione e in quelle dosi subito prima del match non è dato sapere, che i capibastone della FIFA, Blatter in testa, sapessero che aveva dovuto chiedere ausilio a delle sostanze per ottenere il risultato sperato è certo, a meno di ammettere che quei signori credano alla Befana e ai bambini che nascono sotto i cavoli.

E fu così che Diego Armando Maradona, il più grande calciatore di tutti i tempi, fu, senza remore, trasformato in un personaggio “USA e getta”.

Italia di Sacchi ad USA 94Questa è la foto dell’Italia a USA ’94, l’Italia di Sacchi. Giungiamo negli Stati Uniti piuttosto baldanzosi e fieri, forti di una qualificazione agevole e di un buon ranking. Ma peggiore inizio non si poteva prevedere. Esordiamo con la modesta Irlanda e perdiamo meritatamente giocando malissimo. Nella partita successiva e decisiva con la Norvegia, proprio mentre sembrava che le cose andassero meglio, rimaniamo in 10 per l’espulsione del portiere. L’ottimo CT, sempre attento a non esaltare troppo il suo ego nei confronti dei giocatori e degli interlocutori tutti, provvede in un attimo a compromettere i rapporti con Roberto Baggio quando, per fare entrare il secondo portiere, sostituisce proprio lui, il nostro giocatore più forte e carismatico. Siamo sul ciglio del baratro, ma con grande carattere, una condotta fiera e accorta e un gol di potenza la sfanghiamo, come siamo capaci solo noi italiani. Giochiamo ancora un’orrenda partita col Messico finita in pareggio e passiamo il turno come ultima ripescata tra le terze. Dire “per il rotto della cuffia” è poco.

Ottavi di finale contro la Nigeria, che aveva impressionato tutti fino ad allora. L’Italia va in svantaggio,Baggio contro la Nigeria latita coi suoi uomini migliori per tutto l’incontro, resta in 10 per un’inspiegabile espulsione, è ancora sull’orlo del precipizio. Ma a due minuti dal termine il suo fuoriclasse si risveglia dal torpore e dal buio in cui si era rifugiato e riacciuffa la sua squadra per la coda: Roby Baggio riceve la palla della disperazione al limite dell’area e con un destro affilato come una lama di Toledo infila l’angolo. 1-1.

Nei supplementari, sempre in 10 contro 11, gli azzurri stremati trovano ancora un sussulto d’orgoglio: sempre Roby dipinge una traiettoria che smarca un compagno davanti al portiere, il difensore alle sue spalle lo atterra, rigore. Baggio è sul dischetto. Palo e rete. 2-1.

L’Italia è nei quarti e il divino Roberto Baggio si è ripreso il ruolo di leader che gli compete. Da allora in poi prenderà la squadra per mano, giocherà sempre al livello che tutti si attendevano da lui, segnerà 5 dei sei gol che porteranno l’Italia in finale e delizierà il mondo con la sua classe cristallina.

brasile campione del mondo ad usa 94Poi in finale c’è il Brasile, non una squadra eccezionale, sicuramente il Brasile più modesto che sia riuscito a laurearsi Campione. Ma pur sempre il Brasile, con, in più, una dose di concretezza non usuale per i verde-oro incarnata dal Capitano Carlos Dunga, centrocampista di lotta e di governo già apprezzato in Italia, alla Fiorentina soprattutto.

È una brutta finale bloccata dalla tattica, da caldo e umidità asfissianti (una costante di USA ’94) e dalla cattiva giornata dei giocatori migliori. Baggio non avrebbe dovuto neanche giocare perché vittima di un infortunio nella partita precedente. Sacchi invece non solo lo schiera ma lo tiene in campo per 120’ di sofferenza che non giovarono né a lui né all’Italia. Non accade nulla. Si va ai rigori, per la prima volta in una finale mondiale. E oggi come allora non siamo fortunati: sbagliano in tre, Baresi, Massaro e addirittura Baggio, il Brasile va a segno 3 volte e vince.

Alla fine in un Mondiale da dimenticare, giocato in condizioni climatiche impossibili per esigenzeArrigo Sacchi televisive, in stadi in materiale sintetico, nella distrazione e nello scetticismo generale, il bilancio dell’Italia è sicuramente soddisfacente; la squadra rischiò più volte di precipitare, ma rimase in piedi fino alla fine grazie al suo organico di qualità, al carattere dei suoi uomini, alla coesione interna, alla presenza di un grande fuoriclasse che, liberatosi delle ganasce dovute ad alcune difficoltà di relazione e a qualche fantasma interno, riuscì a far lievitare una buona formazione fino a portarla alle soglie della vittoria. Grazie anche al suo allenatore che, al di là dei suoi tanti difetti, ebbe il merito di fornire al gruppo un solido impianto tattico e il supporto della sua proverbiale fortuna, quella che in molti impararono a riconoscere come il “culo di Sacchi”.

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