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Curiosità

Curiosità (23)

Martedì, 05 Maggio 2015 16:30

La partita più bella del mondo

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dal sito di Repubblica

Una delle dieci cose da fare prima di morire. Se Dio esiste, si dice in Argentina, domenica sarà davanti alla Tv. E' il "superclàsico", il derby tra Boca Juniors e River Plate. Lo racconta un inviato davvero speciale

di ALESSANDRO BARICCO

Lo stadio del Boca nel giorno del superclasico 2015

QUANDO, DOPO PENA LUNGHISSIMA, ce l'hai fatta a sopravvivere all'inverno, solo qualcosa di molto speciale può riportarti indietro in questo autunno argentino, con caduta di foglie annessa, donne che si rivestono e primi impermeabili fuori dagli armadi. Al limite, una milonga definitiva. O, come nel mio caso, una partita di calcio.

Venerdì, 22 Febbraio 2019 13:48

Il centro nevralgico dell'universo

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22 febbraio 2019

di maurizio paolillo

Il 12 febbraio scorso è venuto a mancare Gordon Banks. Per la maggior parte dei miei lettori la notizia significherà poco. Solo pochi appassionati, dotati di capelli bianchi e buona memoria, ricorderanno il nome di colui che fino a pochi giorni fa appariva solo un innocuo omino, ottantenne e non troppo in salute. In realtà è stato uno dei più grandi portieri di tutti i tempi, Campione del Mondo con l’Inghilterra nel 1966. Come poteva capitare solo a quell’epoca, giocò sempre in squadre di livello medio, il Leicester e lo Stoke City, ma, nonostante ciò, collezionò 73 presenze nella rappresentativa dei 3 Leoni e una Coppa del Mondo, o Coppa Rimet come si chiamava allora.

Nell’immaginario collettivo, il suo nome è associato in prevalenza a un episodio avvenuto nel corso del successivo campionato mondiale, quello di Mexico ’70. L’Inghilterra campione in carica incrociò, nel girone eliminatorio, i grandi favoriti del Brasile, considerata la più grande squadra di tutti i tempi. Almeno 8 di quegli 11 erano autentici fuoriclasse, ma il più grande di tutti era O Rey, Pelé. Siamo nel primo tempo, sul risultato di 0-0; su perfetto lancio verticale del capitano Carlos Alberto, l’incontenibile Jairzinho sfugge al terzino Cooper e pennella un cross al centro per la testa di Pelè. La Perla Nera stacca in maniera prepotente e indirizza con forza e precisione verso il secondo palo. Prima di posare i piedi a terra già prorompe in una gioia incontenibile per il gol oramai certo. Ma il grido gli si strozza in gola quando si accorge che l’ineffabile Banks, che era appostato dalla parte opposta a coprire il suo palo, con un imprevedibile balzo da pantera, caccia fuori il pallone dalla porta deviandolo oltre la traversa, tra lo stupore di compagni, avversari, pubblico e commentatori vari. Sarà ricordata semplicemente come: la parata del secolo

Il suo momento di massima gloria resta indubbiamente il Mondiale del ’66. Quella edizione sarà ricordata come una delle meno spettacolari, con più tatticismo e minor numero di gol della storia. Però a vincerlo fu una grande squadra, con molti ottimi calciatori, un attaccante implacabile, Geoffrey Hurst, tirato fuori dal cilindro un attimo prima dell’esordio, e almeno 3 fuoriclasse: il difensore centrale e capitano Bobby Moore, con una dotazione di fosforo e classe difficilmente eguagliabili; il grandeBobby Charlton, attaccante moderno, dotato di classe e potenza, pallone d’oro in quello stesso ’66; infine il nostro Gordon Banks, il re del piazzamento, portiere sempre essenziale, raramente plateale, straordinariamente efficace.

A ben vedere, però, quel Mondiale non fu vinto dall’Inghilterra squadra di calcio, bensì dall’Inghilterra nazione. Il 30 luglio 1966, giorno della finale di Wembley, Londra non era solo la capitale del pallone, era la capitale del mondo!

Eravamo nel pieno dei favolosi anni sessanta e tutto stava accadendo nella grande isola a nord della Manica. I Beatles non erano un fenomeno musicale e di costume in sé; sono stati la punta di diamante di un movimento di portata planetaria noto come british invasion, forse il primo fenomeno di globalizzazione culturale dell’era moderna. C’erano allora una miriade di gruppi che dominavano il mercato musicale: c’erano i Rolling Stones, che contendevano lo scettro reale ai 4 di Liverpool; ma c’erano anche gli Who, i Led Zeppelin, i Kinks, gli Yardbirds, i Cream, i Traffic, David Bowie, Eric Clapton, Rod Stewart, ma anche i Pink Floyd, i Genesis, i Jethro Tull, i King Crimson e mille e mille altri. Tutti sudditi di Sua Maestà Elisabetta II. È stato l’unico momento del XX secolo in cui la Gran Bretagna ha colonizzato gli USA! Persino un’icona della cultura americana come Jimi Hendrix, per metà afroamericano, per metà cherokee, o un cantore della città di New York come Lou Reed, in quegli anni, dovettero emigrare a Londra per trovare produttori, pubblico e successo.

Era l’epoca della Swinging London, l’epoca in cui tutto accadeva qui. La musica è stato solo l’aeroplano a bordo del quale ha viaggiato una filosofia che, sull’onda della contestazione giovanile, si è affermata in tutti i campi della cultura popolare.

Dalle londinesi King’s Road e Carnaby Street provenivano le tendenze più dirompenti e trasgressive della moda, a cominciare da Mary Quant, colei che impose al mondo la minigonna.

La Pop Art nasce in Gran Bretagna a partire dagli anni sessanta, sviluppandosi prima negli USA e poi in tutto il mondo occidentale.

Anche un maestro del cinema come Michelangelo Antonioni, in quel fatidico 1966, girò a Londra Blow Up, un film iconico per la cultura beat.

Nello stesso anno, Alberto Sordi, insuperato analista del costume nazionale, scrisse, diresse e interpretò Fumo di Londra, rappresentazione emblematica del piccolo borghese italiano che aspirava ad essere al passo coi tempi scimmiottando goffamente lo stile british, con esiti assolutamente grotteschi.

Insomma, negli anni 60 Piccadilly Circus era veramente l’ombelico del mondo; nel triangolo Leicester SquareCovent GardenSoho accadevano tutti gli eventi chiave della cultura pop mondiale; quotidianamente, nella metropolitana londinese si esibivano artisti di strada di qualsiasi stile o ispirazione, trasformando i tunnel dell’underground nel più grande palcoscenico per aspiranti rock star del mondo (altro che talent show…).

La Coppa Rimet non fu altro che l’occasione per accendere i riflettori dei media del pianeta sul centro di tutte i cambiamenti, le istanze, i sommovimenti che agitavano dal profondo la cultura di un’intera generazione. Una spinta che fece lievitare al punto giusto l’impasto del mondo giovanile.

Un altro esempio di come il calcio riesca, a volte, a riflettere il mondo, la società, addirittura la storia.

Mercoledì, 16 Novembre 2016 13:14

Grande calcio da piccoli uomini ?

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"Non capisco il senso di partite impari come queste… San Marino non ha niente a che fare con il calcio professionistico".

La caduta di stile di Thomas Muller , attaccante della nazionale tedesca, dopo la partita con il San Marino ci deve far sorridere. E’ proprio vero che il loro calcio, quello definito professionistico, non c’entra nulla con il calcio “maggiore”. Perché a rifletterci bene Muller e company, gli strapagati del calcio professionistico, sono loro il calcio minore.

Venerdì, 25 Marzo 2016 12:45

Ricordo di una Stella (Johan Cruijff 1947 – 2016)

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una foto di Johan Cruyff

di maurizio paolillo

 

Se n’è andato.

È tornato tra le stelle da dove era venuto, improvvisamente e miracolosamente, all’inizio degli anni settanta.

Anni turbolenti, anni in cui tutto stava cambiando, e tutti si sentivano protagonisti di quel cambiamento. E qualcuno lo era davvero…

Anche nel calcio tutto stava cambiando. E ciò che accadeva nel mondo del pallone prendeva spunto e si riverberava nel mondo del costume, nel modo di pensare, di apparire e di essere.

Il turbine del cambiamento sembrava penetrare ovunque e, nel calcio, era colorato di arancione. Era il colore delle maglie della squadra che incarnò, nei primi anni ’70, il cosiddetto “calcio totale”, che fece comprendere, a chi ebbe la fortuna di vederla, che il calcio fosse il gioco più bello del mondo e lo spettacolo più appassionante ed avvincente che possa esistere.

E al centro di quel turbine c’era un numero 14.

Non il 9 o il 10, i numeri portati dai grandi miti degli stadi. Il 14 è un numero fuori dalle righe, fuori da tutti gli schemi e le convenzioni.

Identificava un personaggio che è stato per tutti un gigante nella storia del calcio. Ma per me, e per tanti ragazzi degli anni settanta, Johan Cruijff è stato letteralmente una leggenda.

Era dotato di classe immensa, corredata da innato carisma. Elegantissimo e potente insieme, ambidestro assoluto, lo si può ricordare per il suo caratteristico modo di calciare d’esterno, per il modo di stare in campo sempre a testa alta, per i suoi micidiali affondo palla al piede che, in venti metri, riuscivano a fare secca l’intera squadra avversaria. Ma fu soprattutto un sensazionale “uomo-squadra”. Ci sono stati altri leader autorevoli come lui, altri cosiddetti “allenatori in campo”, che facevano girare la squadra intorno a sé, dettandone i tempi. Lui era tutto questo, era l’uomo che con gesti e parole disponeva i compagni in campo, dettava le modalità del movimento collettivo, del caos organizzato che rappresentava il marchio di fabbrica della nuova scuola olandese; ma fu anche un grande realizzatore, un idolo e un trascinatore per il pubblico; un grande calciatore, ma anche un allenatore innovativo e carismatico e un manager efficace ed efficiente.

3 volte "Pallone d'oro", segnò 402 gol in 716 partite da professionista.

Prima fece dell’Ajax di Amsterdam una squadra dominatrice e quasi imbattibile: dal ’69 al ’73, disputò 4 finali di Coppa dei Campioni, vincendone 3.

Al Barcellona, continuò a mietere successi da giocatore e soprattutto da allenatore (in 8 anni sulla panchina, 4 campionati consecutivi, una Coppa nazionale, una Coppa delle Coppe e la prima Coppa dei Campioni), ma soprattutto gettò le basi per fare del club catalano (e, per certi versi, della nazionale spagnola) la fantastica compagine che è divenuta negli anni recenti.

Nella sua Nazionale giocò 48 gare segnando 33 reti. Ne fu sempre il leader incontrastato, ma, ai Mondiali di Germania del ‘74, giunse col piglio del “Condottiero Indomito” alla conquista del Mondo.

Gli Orange conquistarono, cammin facendo, il ruolo di protagonisti assoluti di quell’edizione della Coppa del Mondo, con una squadra che appariva ai comuni mortali come un manipolo di superman, grandi atleti e ottimi calciatori, con alcuni campioni assoluti, Ruud Krol e Johan Neeskens su tutti, guidati, in campo e fuori, dal Divino Comandante Cruijff.

Quella era un’epoca in cui i sistemi di gioco erano pochi e chiaramente definiti: c’era il calcio del Nord Europa, il “calcio atletico”, basato su muscoli, corsa, aggressività e possesso palla; c’era il modulo all’italiana, tutto difesa e contropiede; c’era il modulo sudamericano, più propriamente brasiliano, tutto tecnica ed estro, poca tattica e attenzione alla difesa pressoché nulla.

Con gli olandesi cambiava tutto. Tutto era trasformato in un grande magma tattico, in cui il concetto di ruolo perdeva di definizione: i difensori a turno impostavano il gioco e si proiettavano dentro l’area, il centravanti giostrava per tutto il campo fin dentro la propria area di rigore a iniziare l’azione, le punte laterali svariavano su tutto il fronte offensivo e arretravano a prendere palla e favorire gli inserimenti, i centrocampisti erano spesso i finalizzatori principali. Il concetto stesso di difesa era così stravolto da lasciare addirittura esterrefatti: in condizione di non possesso, arretravano tutti dietro la linea del pallone e, improvvisamente e senza un apparente motivo, si lanciavano in stuolo (4, 5, anche 8 giocatori) sul portatore di palla; un pressing parossistico che, in genere, consentiva il recupero e la ripartenza, ma, altrimenti, lasciava inopinatamente l’intero attacco avversario in fuorigioco.

Un caos apparente che il Maestro Gianni Brera, definì, con uno dei suoi classici neologismi panturbiglione. E a governare il panturbiglione c’era lui, Johan Cruyff, uno degli dei dell’Olimpo del calcio, domatore di belve e direttore d’orchestra, profeta di un calcio come forma d’arte e di una vita come sfida continua.

L’Olanda fece la rivoluzione anche fuori dal campo. L'organizzazione del gruppo, i metodi di allenamento, le modalità di relazione fuori del rettangolo di gioco rispecchiavano a pieno quel clima di sconvolgimento culturale che si respirava nelle Università e nelle strade di tutt’Europa. Gli atleti vivevano in modo del tutto rilassato il loro impegno, con un approccio estremamente libero e aperto: furono i primi ad accantonare il tabù del sesso, a superare gli stereotipi dell'astinenza quale presupposto dell'efficienza fisica, tanto che portavano abitualmente, con allegria e disinvoltura, mogli e compagne in ritiro con loro.

Sarà stato forse proprio questo atteggiamento estremamente disinvolto, o forse la non semplice convivenza tra personalità troppo prorompenti, a far sì che quella meravigliosa compagine, che rappresentava un modello inarrivabile, non riuscì in pratica a vincere mai niente, a cominciare dalla finale di quei mondiali tedeschi, che gli atleti arancioni affrontarono da superfavoriti e finirono col perdere proprio contro gli immarcescibili padroni di casa, un elemento che, forse, rende ancor più simpatici e incrementa l’aura di nobiltà di quei prodi cavalieri.

Nulla, in ogni caso, poté mai intaccare l’alone di leggenda che era sorto intorno al loro Grande Condottiero, personaggio magnetico, sempre sopra le righe, stella di prima grandezza capace di restare sempre in bilico nel firmamento e non cadere mai nella polvere.

Una volta dichiarò; ≪Quando l'allenatore dà lo stop senti il cuore che batte vertiginosamente, sembra che debba scoppiarti nel petto: devi riuscire a ricondurlo al suo ritmo normale in meno di due minuti; se non ci riesci è meglio che apri una tabaccheria o tenti di diventare Presidente del Consiglio: vuol dire che hai sbagliato mestiere≫.

Lui, per fortuna, non ha mai tentato di diventare Presidente del Consiglio…

Giovedì, 27 Marzo 2014 20:28

Il baraccone

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una foto del presidente UEFA

Vorremmo capire, giusto per seguire i fili che tengono in piedi il baraccone del calcio di oggi, cosa passa per la testa del “Le Roi” Michel Platini. In questi giorni è da tenere sotto controllo; chissà (forse) la prossima (probabile) candidatura alla presidenza FIFA è la molla che ha fatto scattare l’ex bianconero, che in queste ore sferra un attacco addirittura al “supremo” Blatter, da oggi suo rivale in amore. L’argomento è di quelli tosti a onor del vero, poiché, come già denunciato nel recente passato, la “third party ownership” ovvero la possibilità per i fondi di detenere la proprietà dei cartellini e quindi la proprietà dei giocatori, è una pratica molto ma molto pericolosa. 

Mercoledì, 12 Febbraio 2014 13:22

The Hardchorus: il San Valentino dei tifosi di calcio

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lo spot puma

Il video è stato chiaramente commissionato da un noto sponsor sportivo e risale al 2010. Lo proponiamo in occasione di San Valentino per tutti voi innamorati del calcio, dei suoi colori, della gente che ancora spende un pò del suo tempo per fare aggregazione.

 

Mercoledì, 29 Gennaio 2014 22:31

Le origini del Football, Anno 1898. Torino e Genova

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Tratto da Bar Frankie

All’inizio mica si sa che è l’inizio. All’inizio lo fai e basta. Poi capisci che è un inizio. Ma soltanto dopo, quando tutto già sta procedendo. Quando la prima volta l’hai già vissuta. Per il football in Italia capitò pressappoco la stessa cosa. C’è stato chi ha portato un pallone di ritorno da qualche viaggio in Gran Bretagna, c’è stato chi ha visto alcuni marinai inglesi prendere a calci una sfera su qualche molo, in attesa di ripartire. E c’è stato qualcuno che ha imitato. Perché qualcuno che imita, stanne pur certo, lo trovi sempre nelle belle storie. Imitare è il primo passo per fare una cosa come si deve, per poterla assimilare e poi farla meglio. Ma questo non c’entra.

il regolamento del giuoco del calcio

Torniamo al football. Torino, Genova. Due città, crocevia di destini, di scoperte scientifiche, di lotte politiche e di amore per il football. All’inizio ci sono queste due città, con la loro curiosità. Bosio, Ferrero da Ventimiglia, il Duca degli Abruzzi nell’ex capitale del Regno, gli inglesi, i marinai, Spensley, Dapples nella città portuale più importante d’Italia. I primi nomi sono questi, c’è poco da fare. È grazie a loro se oggi siamo ancora qua ad appassionarci nel vedere un gruppetto di ragazzi correre dietro ad un pallone.

Se vogliamo fare un po’ di storia come si deve, alcune date sono necessarie. A Torino si giocava al foot-ball (sì, con il trattino…) già verso la fine degli anni’80 del XIX secolo: Bosio, con alcuni colleghi dell’azienda per la quale lavorava aveva formato nel 1887 il Football and Cricket Club Torino, mentre nel 1889 il Duca degli Abruzzi e il marchese Ferrero di Ventimiglia avevano formato una loro squadra, i Nobili Torino. Queste – si dica per inciso per non suscitare disappunto in nessuno – possono essere considerate le due squadre più antiche d’Italia. Ebbero, però, vita breve perché già nel 1891 le stesse si fusero per dar vita all’Internazionale Torino.
A Genova, 120 anni fa, per mano inglese, presso il consolato britannico, nacque il Genoa Cricket and Athletic Club, per dar modo alla numerosa comunità di Sua Maestà di stanza a Genova di praticare i cari giochi della terra natia: cricket e atletica. E il football? Dopo. Verrà dopo. Nella seconda metà degli anni’90, quando un medico inglese diventerà socio del club e aprirà la sezione football, dando la sterzata decisiva per le sorti della società. Il suo nome? James Richardson Spensley.

Un’altra data fondamentale per chi ha voglia di ricordare come tutto ebbe inizio, è quella del 6 gennaio 1898: a Genova si incontrano il Genoa e una selezione formata dai migliori giocatori del Football Club Torino e dell’Internazionale Torino. A dir la verità l’incontro avrebbe dovuto disputarsi l’8 dicembre del 1897, ma la neve abbondante fece rinviare la sfida. Di questa partita sappiamo tutto. Grazie a Gianni Brera che nella sua “Storia critica del calcio in Italia” pubblicò il borderò completo dell’incontro, con tanto di numero di spettatori, incasso, spese. Tutto, insomma. La partita venne vinta dalla squadra torinese, con un goal di Savage, il cassiere incassò un bel ricavo di 64 lire e tutti al termine della sfida andarono a brindare a champagne presso il consolato britannico a Genova. Da quel momento il football non si fermò più. Le due squadre si affrontarono altre volte tra gennaio e marzo, ma ciò che più conta è che sempre in quei giorni si fece strada l’idea di creare un’associazione che stabilisse regole certe e univoche da adottare per giocare al football. E di questo fondamentale momento ne parleremo.

Per il momento vale forse la pena rileggere come La Gazzetta dello Sport concluse il racconto di quella partita:
“Rientrati a Genova i soci del Genoa Cricket and Athletique Club, che già molto cortesemente avevano dato una refezione mattutina ai loro avversari, li invitarono ad un sontuoso pranzo. Lo presiedeva il console inglese Mr. Kean che aveva alla sua destra il marchese Ferrero ed alla sinistra il gentilissimo Mr. Fawcus. Allo champagne il console di S. M. Britannica brindò agli ospiti con parole gentilissime, e gli rispose il marchese Ferrero, augurandosi di veder presto a Torino i footballers genovesi, per riprendersi quegli allori che molto umilmente avevano raccolto poche ore prima i torinesi. E così, fra la più schietta allegria e la più cordiale ospitalità, ebbe termine questa festa dello sport”.

Venerdì, 10 Gennaio 2014 17:27

Sogni di cuoio

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Premessa

Avete sentito parlare o visto il film “Sogni di cuoio”?.

Crediamo di no, anche perché come spesso capita questi film non entrano nelle sale e/o nei multisala italiani con tanta facilità. Questo film, poi, essendo un film-documentario le avrà solo sfiorate le sale e quando gli è andata bene è stato proiettato in qualche cineforum in serate a tema.

Oggi iniziamo con il raccontarvi di questa storia, impegnandoci per i prossimi mesi ad organizzare una serata per la proiezione di questo film-documentario sui sogni che muovono le esistenze, un documento sugli aspetti più nascosti del mondo sportivo, ma sopratutto una sofferta vicenda di emigrazione di ritorno.

la copertina del film Sogni di Cuoio

 

Un bel film – documentario del 2004, poco conosciuto ma ben fatto e assolutamente da vedere.

E’ tratto da una vicenda vera: nell’estate 2001, il Fiorenzuola (ora in Eccelenza, allora in C2) sarebbe dovuto diventare la “vetrina europea del calcio sudamericano“. Parola di Alessandro Aleotti, politico e imprenditore milanese. Aleotti, peraltro anche fondatore del Brera calcio, era a capo del progetto: sarebbe diventato il presidente di una squadra completamente sudamericana, e con prevalenza argentina, guidata dall’allenatore Mario Kempes, campione del mondo nel 1978 con l’Argentina.  La vicenda sembrava, già allora mentre accadeva “veramente”, la trama di un film. O meglio ancora un racconto di Soriano.

“Il sogno italiano” del gruppo di calciatori sudamericani però, fu destinato a rimanere solo tale. Il passaggio di proprietà dal presidente del Fiorenzuola, Antonio Villa, ad Alessandro Aleotti e al suo “progetto sudamericano”, rimase infatti “ufficioso” ma senza mai concretizzarsi, tanto che ad ottobre inoltrato la cessione della società ad Aleotti&soci saltò in maniera definitiva. Il Fiorenzuola nel frattempo, in attesa che la trattativa “argentina” si sbloccasse, aveva già iniziato in maniera egregia il campionato, con una squadra giovane zeppa di propri giocatori del vivaio. Per i giocatori argentini, invece, era stata la fine di un sogno cullato ad agosto tra il ritiro in Vallecamonica di Pianborno e l’agriturismo sulle colline piacentine dove erano alloggiati. In attesa di un contratto, che non arrivò mai.

Il film “Sogni di cuoio” diventa così la storia di 20 giocatori argentini e uruguaiani, tutti discendenti da famiglie italiane (quindi con doppio passaporto) che nel 2001 vengono ingaggiati dall’imprenditore Alessandro Aleotti per sostituire in blocco i calciatori del Fiorenzuola. Lo scopo è quello di creare un business, di ottenere un ritorno nella previsione che due o tre di essi esplodano. Per i giocatori, che hanno lasciato a casa famiglia, affetti e lavoro, e un Paese reduce dal “crack economico”, la speranza di riscattare la propria identità ed il miraggio dell’Eldorado italiano, del calcio ricco, del calcio dei sogni. Ad allenare la squadra viene chiamato proprio Mario Kempes, il campione simbolo del riscatto. È un sogno per i venti sudamericani, un sogno che però svanisce in circa quaranta giorni. Ai giocatori ingolositi da false promesse, una volta in Italia, non viene offerto nessun contratto e non vengono pagati. Il film percorre in tempo reale l’altalenante dipanarsi della vicenda catturando nelle testimonianze dei responsabili del progetto, del procuratore, dei tecnici, della gente, dello stesso Kempes, ma soprattutto nel quotidiano dei ragazzi, aspetti inquietanti annidati nel patinato e complesso mondo del pallone. Tra promesse e speranze, entusiasmi e ambiguità, pericolose omissioni e attese estenuanti, la romantica vicenda di un gruppo di ragazzi, che per realizzare il sogno della loro vita sorvolano l’oceano percorrendo a ritroso il tragitto già percorso dagli avi, annega in un dedalo incomprensibile di nodi burocratici, storie di fideiussioni, inconfessati campanilismi.

“Non è solo un film sul calcio – è il commento della regista Elisabetta Pandimiglio -. È anche una storia di immigrazione di ritorno. Il viaggio di questi venti ragazzi fatto anche per capire le proprie origini per capire da dove vengono“. È dunque un film, dal taglio prevalentemente giornalistico, che parla di calcio ma non è un film solamente sul calcio.  E’ la storia di un gruppo di calciatori-lavoratori e del loro tentativo di riscatto sociale.

Un documento sul calcio, su quegli aspetti che dagli spalti di uno stadio è difficile cogliere persino per lo sportivo più attento, ma anche un film sulla circolarità della Storia, sui quegli esseri umani che di generazione in generazione, in una sorta di moto perpetuo, continuano ad attraversare la terra in cerca di un destino migliore.

 

 

Lunedì, 23 Dicembre 2013 12:29

La prima edizione della Copa Rebelde

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Proponiamo anche sul nostro sito l'articolo tratto dal sito www.sportallarovescia.it che ci racconta la prima edizione della Copa Rebelde dopo che ne avevamo parlato qualche settimana fa.

 

Lo scorso 15 dicembre, presso l'antica stazione ferroviaria di Sao Paulo, Brasile, si è svolta la prima edizione della "Copa Rebelde". Evento calcistico pensato e creato dai movimenti sociali brasiliani e nato in contrapposizione alla "coppa del mondo FIFA" che si giocherà nel prossimo mese di giugno, in Brasile.

Con questo evento, gli organizzatori, hanno voluto dimostrare alla popolazione brasiliana, al governo e alla FIFA che il calcio è ancora legato alle più vecchie e antiche tradizioni popolari, che il calcio è della gente e non di pochi e ricchi potenti che continuano a speculare su quello che è il gioco più amato in tutta la nazione verdeoro.

Abbiamo intervistato Marina Mattar, sociologa e giornalista indipendente, una delle organizzatrici del torneo, che ci spiegherà meglio perché e da dove è nata l'idea di organizzare la "Copa Rebelde".

 

- Com'è nata l'idea di organizzare la prima edizione della "Copa Rebelde"? Perché?

L'idea di organizzare la prima edizione della "Copa Rebelde" è nata dopo avere assistito alle speculazioni edilizie, allo spreco di denaro pubblico, ai continui sfratti e soprusi che gli organizzatori dei mondiali FIFA stanno commettendo ai danni della popolazione brasiliana. Non siamo contro il calcio, anzi, vogliamo che questo ritorni ad essere protagonista nelle strade, tra la gente. La "Copa" nasce all'interno del Comite Popular da Copa de SP (comitato formato da persone e movimenti diversi che sollevano domande sulla coppa del mondo FIFA). Tuttavia, l'idea, è nata da un ragazzo che qualche anno fa è venuto in Italia e ha partecipato ai mondiali antirazzisti. Lo stile e l'organizzazione è stata ripresa proprio dall'evento che si svolge ogni anno in Emilia Romagna.

 

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Sabato, 21 Dicembre 2013 12:37

Azzardo morale

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dipinto sul gioco d'azzardo

Diario di bordo. Azzardo Morale Punto 1

L’opportunismo e l’egoismo hanno avuto la meglio e viaggiano a gonfie vele tra la negligenza e il menefreghismo della gente, ormai assuefatta allo stato delle cose. Le conseguenze, la storia lo insegna, ricadranno inesorabili sulla collettività.

Mentre questa associazione sta preparandosi alla partecipazione ad una campagna nazionale contro il gioco d’azzardo, i cui dettagli saranno resi noti all’inizio del prossimo anno, dallo stato (volutamente in minuscolo) arriva l’ennesima beffa per chi lotta ogni giorno contro la piaga del gioco d’azzardo. Tutte quelle realtà che stavano cercando di dare un segnale preciso contro slot, scommesse, e la patologia da gioco in generale, come gli enti locali che avevano deciso di dare sostegno ad esempio ai bar che non si dotavano di slot machine, hanno avuto un segnale preciso da Roma: non avrete più soldi per combattere la ludopatia, anzi se non incentivate il gioco avrete meno soldi dallo stato.

Diario di bordo. Azzardo Morale Punto 2

L’azzardo morale ci ha consegnato pochi giorni fa l’ennesimo fallimento di una nobile provinciale: l’Ascoli Calcio dopo 115 anni di storia si arrende alla massa debitoria.

Come dimenticare i vari Del Duca oppure Costantino Rozzi e i suoi mitici calzini rossi?  E mentre a 90° Minuto Gianni Vasino da Milano annunciava la Real Cavese, Tonino Carino da Ascoli narrava le gesta di un miracolo sportivo che portava l’Ascoli fino al 4° posto nella massima serie.

Oggi i tifosi bianconeri si aggrappano alla storia, bellissimo lo striscione proprio per Rozzi “Per l’Ascoli hai speso la vita, onorare il tuo nome la nostra partita” ed all’orgoglio. Raccolte fondi, tombolate, si parla di sostenere il settore giovanile, cose già viste, dirà qualcuno dalle nostre parti, ma la passione non conosce ostacoli e forse questa è l’unica strada contro l’azzardo morale. Gli scatti di orgoglio, se seguiti da iniziative “pensate”, riescono a far miracoli.

Diario di bordo. Azzardo Morale Punto 3

E il moral hazard è l’attore protagonista anche delle vicende del calcio scommesse. Pur sapendo di essere ripetitivi dobbiamo sottolineare il quasi silenzio sull’ennesime notizie di combine. E il virus, puntuale, è arrivato a colpire anche la “corretta” Inghilterra con l’arresto di calciatori di serie minori dei campionati inglesi.

Antidoti?

Seguire il denaro.

Qualcuno c’ha perso la vita per aver capito questo.

Forse aveva ragione. Che ne dite?

 

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